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Di cosa parliamo quando parliamo di Elena Ferrante

Testata: VirginiaMcFriend
Data: 5 luglio 2016
URL: http://www.virginiamcfriend.it/2016/07/05/elena-ferrante-recensione-amore-molesto/

Elena Ferrante non l’avevo mai letta. A dirla tutta m’ero proprio ripromessa di non leggerla, ‘che quando si fa un gran vociare di uno scrittore di sicuro è una delusione. Così è stato per Paolo Giordano ad esempio. Così doveva essere pure per Elena Ferrante. Così invece non fu e galeotta fu invece una libreria Feltrinelli, unico riparo dall’afa dell’estate cosentina. Galeotta fu anche la promozione della Edizioni E/O. Cosa fai, mi sconti i libri con le copertine belle così, sotto al naso, il giorno dello stipendio? Maledetti, maledetti markettari.

Proprio qualche giorno fa leggevo sul tema un articolo di Oliver Burkeman (The Guardian), apparso su Internazionale e dedicato ai perché e i percome uno non uccide mica qualcuno se decide di non leggere Elena Ferrante. Una riflessione interessante sui lettori moderni, lettori veloci, con sempre meno spessore e sempre meno esigenti, piuttosto desiderosi di avere tra le mani un libro che non è più oggetto di sapere ma soltanto di piacere estetico. Un prodotto editoriale, meglio se un caso editoriale. La copertina disegnata dall’illustratore Tal dei Tali, la casa editrice rigorosamente indipendente, l’autore con barba, pipa e cappello, quell’immagine necessariamente hipster che uno deve avere per fare lo scrittore in Italia. E all’estero ci vedono così – Burkeman scrive per la stampa americana – ci vedono vittime dei casi editoriali noi, figli del Petrarca.

Ad ogni modo, come fu e come non fu, alla fine un libro di Elena Ferrante è finito sul mio comodino quest’estate e c’è rimasto ben poco, giacché si leggono talmente in fretta le storie di questa tizia che il libro è finito in un giorno, giusto il tempo di portarlo a casa e via, nemmeno sotto l’ombrellone è arrivato.

Ma quindi di cosa parliamo quando parliamo di Elena Ferrante?

Inizialmente credevo di un caso editoriale, poi ho messo da parte la teoria, fatto un fuocherello con le recensioni e ho iniziato a leggerla senza alcun pregiudizio. Tra il subbuglio mediatico nato attorno alle generalità della Donna del Mistero (ma che ve frega di sapere chi è all’anagrafe costei?), e il gran vociare che s’è fatto della quadrilogia nata da L’amica geniale, chissà di chi m’era parso si stesse parlando, un vero e proprio caso di SIB – Scrittore Italiano Bravo. Ed effettiavmente sì, Elena Ferrante scrive assai meglio di altri, non tanto delle cose che uno vede e riesce pure ad immaginarsi, ma dei moti dell’animo.

L’infanzia è una fabbrica di menzogne che durano all’imperfetto. by Una che con le parole ci sa proprio fare

La sua scrittura ha la – rara – capacità di sviscerarti davanti i peggiori stati d’animo e pensieri che uno possa provare e mentre te li sviscera davanti li fa diventare tuoi. Uno su tutti: quando parliamo di Elena Ferrante parliamo di malessere. C’hanno il malessere di vivere, di essere quello che sono, i suoi personaggi. Certe volte un personaggio diventa un altro, tu nella narrazione lo sai che Tizio non è Caio ma loro imperterriti si sovrappongono. Ecco, questa capacità rara non lo so se faccia della Ferrante un caso editoriale giacché non credo a tutti aggradi. A me sì ma già 5 centimetri più in là dal mio naso c’è un lettore forte che deriderebbe tutto ciò.

Del malessere quotidiano si parla nel libro L’amore molesto (Edizioni E/O). Un libro che la Ferrante ha pubblicato nel 1999 ma che resta più che mai attuale, perché soltanto nelle ultime pagine ho capito che questo libro racconta di un femminicidio. Perché non importa che una donna decida di annegarsi spontaneamente o venga annegata fisicamente da qualcuno. Si tratta pure sempre di un femminicidio quando una donna si lascia risucchiare dalle acque del Mediterraneo per sfuggire a un uomo.

Quando parliamo di Elena Ferrante parliamo soprattutto di storie di donne, che mi pare di conoscere talmente tanto sono umane. Donne che non sono io ma potrei esserlo, perché no? E parliamo pure di ricordi, di passati immaginati che diventano futuri reali, e infine parliamo di Napoli. Che è una città bella non soltanto per o’ coppo e o’ Vesuvio, ma perché è piena di malessere e per questa ragione viva.

Certe volte ho pensato ad Anna Maria Ortese, a quanto è amabile quel malessere lì. E mi è mancata. E poi ho ringraziato il Sacro Tarlo Anobii per non aver letto prima l’articolo di Internazionale e aver buttato via i pregiudizi.

E quindi niente, è tempo di far approdare la quadrilogia [tetralogia, per i colti], sul comodino.