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La strega nera di Teheran

Autore: Manuela Bonfanti Bozzini
Testata: Leggere donna
Data: 8 luglio 2016

Gina Nahai, scrittrice di origini iraniane residente a Los Angeles già nominata per il National Book Award e il Pulitzer, torna in traduzione italiana con un romanzo che colpisce innanzitutto per la straordinaria abilità tecnica dell’autrice, che non a caso insegna scrittura creativa all’Università della California del Sud: il ritmo serrato che impongono i brevi capitoli, il sapiente gioco di anticipazioni che creano la suspense, così come la pregnante caratterizzazione dei personaggi e una trama ben articolata, lo rendono estremamente piacevole e di facile lettura.

Suspense + mistero = thriller. O giallo. In questi generi possiamo classificarlo di primo acchito. Non ne fa segreto né l’accattivante titolo, né la trama, che parte da un incipit a regola d’arte, con la descrizione della cruenta uccisione del Figlio di Raphael, ricco finanziere che ha trascorso la sua vita vendicandosi per l’esclusione dalla dinastia dei Soleyman e recuperando quella ricchezza che gli fu negata alla nascita per via di una madre giudicata indegna della famiglia alla quale pretendeva di appartenere: la Moglie di Raphael, ovvero la strega nera che troneggia in copertina.

E qui apro una digressione, per indagare il cambio di titolo dall’inglese all’italiano. Una prima considerazione è che l’autrice aveva posto rilievo sull’ultimo nato dei Soleyman, anziché sulla moglie temporanea respinta dalla famiglia: il titolo originale è The luminous heart of Jonah S. (Il cuore luminoso di Jonah S). La seconda è che non soltanto in traduzione si snatura il titolo a favore di un personaggio ben più inquietante, ma le viene cambiata anche l’origine. Nel romanzo, infatti, la donna che porta al disastro i Soleyman è chiamata la Strega Nera di Bushir, dalla città sul Golfo Persico dalla quale essa proviene. Una scelta perlomeno bizzarra, che ha il sapore di un, pur riuscito, espediente di marketing editoriale.

Tornando al romanzo, è difficile a classificarlo tra i gialli o i thriller fine a loro stessi, il cui intento principale è intrattenere, tessendo e svelando un mistero o un crimine, con una scrittura tesa e godibilissima. Questo perché, disseminati nel testo e ancorati saldamente alla trama, troviamo almeno tre elementi fuori contesto nei generi citati: il primo è una critica al capitalismo, che avviene tramite il successo del Figlio di Raphael nell’esecuzione di un suo personale, famigerato schema Madoff; il secondo è un’incursione nella differenza tra la condizione della donna in Iran e negli USA; la terza sono i riferimenti storici e culturali all’Iran antico e moderno, con la spiegazione dei concetti sui quali si fonda la sua cultura di origine, come quello di aberù (che possiamo tradurre con “dignità”), ancora capisaldi delle popolazioni emigrate e talvolta fonte di difficoltà di integrazione.

Due, dunque, le chiavi di lettura: “social thriller” colto e ben orchestrato, o romanzo che si avvale di un genere accattivante per parlare della differenza tra due culture opposte che, però, si troveranno riunite in un paragone assai riuscito, quando Gina Nahai scrive: «Ecco cosa avevano in comune Teheran e Los Angeles: entrambe erano costruite su grosse linee di faglia». E poiché la frase precedente getta luce sul mistero del libro, non conviene spingersi oltre.