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«Le mie "Streghe" metafora dell'amore verso il prossimo»

Autore: Danila Giaquinta
Testata: Sicilia in Rosa
Data: 10 luglio 2016
URL: http://edicola.lasicilia.it/lasicilia/books/160709supplementigratuiti/index.html#/17/

Viene alla luce "talmente imperfetto" che mamma Rosalba prova a rivoluzionare il suo destino a partire dal nome. Felice nasce con "la fronte bitorzoluta", "zigomi montagnosi, testa ciondolante". Pian piano la fatica cresce e per il bimbo tutto si rivela complicato: camminare, parlare, persino respirare. Per i paesani è "u mostru", ma la sua vita sarà viva grazie a cuori e cervelli della madre, nonna Tilde, u dutturi Mussumeli, il maestro Mancuso, e all'amore secolare di certe streghe. 1938, tutto si svolge in Sicilia, in pieno fascismo, dominato dal dogma della perfezione fisica e dalla paura del dissenso. Ne Le streghe di Lenzavacche della siracusana Simona Lo lacono c'è davvero tanto: storie di donne, spesso colpevoli di anulari vuoti, di uomini come il papà, arrotino "smidollato e femminaro" con tanti libri e un colpo di scena alle spalle. E ancora il Paese, il tempo, la forza della mente, della cultura, della natura, della solidarietà; un cerchio che si chiude volando indietro di qualche secolo, fino al 1600. Edito e/o e tra i 12 candidati al Premio Strega 2016, il romanzo propone al lettore diverse prospettive attraverso il racconto di Rosalba, le epistole del maestro a una misteriosa zia e il testamento di Corrada, la prima strega.

Tutta la vita di Simona Lo lacono è fatta di parole, da scrivere, da leggere, da studiare e applicare, come quelle delle norme. È magistrato al tribunale di Catania, ha vinto premi letterari e questo è il quarto romanzo. Come dice la sua mamma, è nata con la penna in mano e scrive quando può, la mattina presto o la sera tardi.

Com'è nata l'idea di questo libro?

«Durante un processo scopro il decreto legislativo 653 del 1925 sull'inserimento di soggetti invalidi nelle classi differenziate. Rimango sorpresa di quella legge così aperta nel periodo fascista, in cui la scuola puntava a formare bravi soldati più che bravi allievi. Da lì viene fuori il piccolo Felice: una volta invocata la normativa, quale strada per scardinare quella mentalità? La risposta non poteva che essere surreale, visionaria. Il piccolo doveva essere figlio di streghe».

Mi parli di queste streghe...

«Sono scarti, donne che si ritrovano sole, perdute: figlie reiette, gravide allontanate dalla famiglia per motivi d'onore. Ma che non si danno per vinte, si aiutano, vivono la gioia di stare insieme, in armonia con la natura, mettono su una comunità amorevole: sono letterate, fanno musica, conoscono le erbe e la loro forza medicamentosa. Finiscono bruciate, massacrate ma diventano fantasmi benigni che seguono le sorti dei discendenti e delle donne emarginate. Sono una metafora dell'amore per il prossimo, la loro è una sorellanza estesa. Il romanzo si chiude con un'apertura sul presente».

Che tipi sono i personaggi che ruotano attorno a Felice?

«Tutti positivi e propositivi, capaci di accogliere la diversità e la difficoltà fino a farne un'occasione di ribaltamento. Donne e uomini che non si scoraggiano e, da quello stato di salute, tirano fuori la capacità trasformante. Si affidano alla fantasia all'amore che non è solo sentimento ma fatica quotidiana, il farsi carico dell 'altro. Tilde è una nonna stravagante e sorridente, Rosalba è creativa, una lettrice, con uno sguardo sul mondo. Il maestro è uno spirito libero: scende in Sicilia alla ricerca del passato e si scontra con il potere costituito. La lettura è il vero motore del cambiamento, i libri aiutano a comprendere la vita. Il farmacista non disdegna le belle donne e le parolacce ma ama salvare randagi, poveri e pennuti. Grazie a loro, Felice ha una testolina e un cuore vivacissimi».

Il Regime è raccontato attraverso la scuola, in cui allievi "inneggiano canti al duce senza sapere davvero chi sia" e la fantasia è nemica della disciplina. Il maestro rischia di perdere la sua classe "sovversiva" e si trasforma in un venditore ambulante di racconti, come quello di Giufà. Ma tutto finisce bene grazie a quella legge che, dimenticata perché disapplicata in uno "strano mondo delle norme", scombussola il direttore. E grazie a una giostra...

«I marchingegni creati per Felice sono tanti: una seggiolina con ruote munita di carte geografiche, un palo per tenerlo dritto e una giostra di lettere che il bimbo proietta sul muro sputando e con cui impara a leggere e scrivere. Ho fatto uno studio sulle circolari del periodo fascista, su come venisse ideata la formazione, con un insegnamento strumentale al potere. Alla fine la legge ha un ruolo determinante: risolve problemi se la sua applicazione è illuminata, coscienziosa, non strumentalizzata, accompagnata da una dedizione amorevole verso gli altri. Il mondo delle norme forse ora è anche più strano: la sovrabbondanza legislativa complica la certezza del diritto e l'interpretazione giurisprudenziale diventa più faticosa».

Alla fine che storia e Sicilia vuole narrare?

«Una storia di fragilità, di ultimi della società, dimenticati e appartati dal sistema. La debolezza li unisce e tira fuori la loro forza morale. Lo sfondo è quello di una Sicilia che non accetta chi non si conforma e deve ancora imparare molto dalla cultura. Al di là del luogo, il tempo è il vero protagonista: le cose cambiano ma spesso i fatti ritornano. La violenza, la diversità, il rapporto tra potere e libertà, la povertà spirituale sono tutti temi attualissimi. Forse le streghe ci sono ancora e continuano a seguire le donne».

E a breve saliranno su un palco?

«Sì. Il progetto coinvolgerà studenti di diverse scuole e i detenuti della Casa di reclusione di Augusta dove da qualche anno si è formata la compagnia teatrale Temporaneamente Stabile. Le prove sono già cominciate e lo spettacolo andrà in scena al teatro del carcere il 3 dicembre, in occasione della Giornata mondiale della disabilità».