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Una donna senza sogni

Autore: Anna Chiarloni
Testata: L'indice
Data: 15 maggio 2009

La recente narrativa di autori tedeschi orientali rielabora il passato offrendo uno spaccato del “socialismo reale” secondo una prospettiva inedita. Non più una Ddr di stasi e polverose bandiere rosse, dissidenza interna e dramma della reclusione, quanto piuttosto una quotidianità vissuta nell’ombra del muro ma, a ben guardare, relativamente autonoma, se non indifferente alla norma statale e alle ascetiche prescrizioni del partito. Si conferma così la visione - già avanzata a suo tempo dal diplomatico occidentale Günter Gaus – di una Ddr come Nischengesellschaft, una società a nicchie in cui la vita individuale, quella lontana da piani quinquennali, trattori e ciminiere, scorreva (quasi) indenne dagli artigli del regime. Sul piano narrativo questa prospettiva punta necessariamente sull’introspezione e sullo studio dei caratteri, privilegiando la psicologia dei personaggi con annessa vita sentimentale piuttosto che l’indagine delle strutture e dei conflitti di fondo.

Nel suo ultimo corposo romanzo (Frau Paula Trousseau, questo il titolo originale), Christoph Hein accentua una lettura per così dire privata della storia, mettendo al centro una figura di donna pittrice che si racconta, dall’atélier all’alcova. Il taglio è dunque quello dell’autoritratto femminile per mano virile, cosa che in Germina ha scatenato roventi discussioni. Possiamo riassumerle nel dato di fatto che le recensore hanno per lo più stroncato il testo, mentre un plauso pressoché incondizionato viene dall’ala della critica maschile. Il romanzo, ambientato nella Ddr tra gli anni settanta e novanta, si apre come un giallo: il corpo della protagonista viene trovato in Francia, nella Loira. Muove dal suicidio l’anamnesi di un’esistenza votata all’arte. Un romanzo di formazione femminile con un finale tragico? Certo, le premesse non sono felici. Hein usa le tinte forti per descriverci con brevi intermezzi autoriali un’infanzia umiliata: padre violento e tiranno, madre alcolizzata, un fratello ridotto a rottame fiaccato nelle gambe da un incidente in miniera.

Sullo sfondo giovani soldati russi, bestioni pronti ad azzannare le adolescenti di passaggio. Paula cresce come “un uccellino spaurito” e con un sogno in testa: fuggire di casa e fare l’artista. Ha talento e ci riesce, ma il successo comporta un progressivo inaridirsi dei sentimenti. Come Claudia la protagonista di L’amico estraneo? Ci sono analogie, ma nel fortunato racconto del 1982 il lettore coglieva nella mancanza di rapporti umani una cifra della società contemporanea, qui invece sono i rapporti di coppia che rovinano uno sull’altro. In fuga dal padre, l’avvenente Paula sposa ventenne un architetto di grido – Hans Trousseau – che la ingravida suo malgrado, sicuro che un bambino “le farà passare le fisime” artistiche. E invece lei viene ammessa all’accademia di Belle Arti a Berlino, abbandona Lipsia e affronta orgogliosa, giovane madre con neonata al seno, la nuova vita. In famiglia ha tutti contro e la figlia viene affidata al padre: la rivedrà vent’anni dopo, nel vano tentativo di un riavvicinamento. Questa prima esperienza negativa le resta addosso assieme al cognome, incastonandola in un’effigie solitaria, algida durezza. Ora Paula sa che deve farsi strada da sola, anche se suoi quadri sono sempre più scarni e bui.

Ma è finalmente libera, le piace tornare a casa e trovarla vuota, non sentire l’assillo del tempo: “All’improvviso avevo così tante idee, scoppiavo di energia e d’ispirazione”. Dipinge giorno e notte, poi si mette con un maturo accademico, Waldschmidt, che le apre le porte del successo. Attraverso questa figura, Hein ci introduce nell’élite intellettuale di Berlino Est. Ville con ateliér, domestica e giardiniere, balli e soirée, la dacia sul Baltico. Una mitologia borghese, che pare avere un profilo del tutto autonomo rispetto all’apparato politico. Non che l’Accademia ignori le direttive culturali – il divieto d’astrattismo, ad esempio -, ma il problema sfiora appena i personaggi, tanto più che alla stessa protagonista è il paesaggio che interessa, non l’arte astratta. Con Waldschmidt Paula gode di una certa libertà, ma dentro di lei lavora il rovello di un’indipendenza totale. È un impulso che la conduce a una solitudine estrema, allusa lungo tutto il romanzo da un dipinto bianco , una natura innevata che resterà incompiuta. Progressivamente la sua voce narrante si ingarbuglia in un’oscillazione continua di sentimenti contrapposti. Difficile trovare un equilibrio psichico per una donna per una donna sempre in battaglia, anche contro se stessa, tanto più che Hein complica ulteriormente la matassa narrativa.

Di mezzo ci mette una scorribanda di senso, un gioco erotico con la bella Sibylle Patriani, la moglie di un accademico che seduce Paula ipso facto, dapprima ‘impietrita’ ma infine soddisfatta. Siamo a metà romanzo e Hein affronta il lesbismo – un tema ignoto alla letteratura orientale antecedente il 1989 – lasciando galleggiare lungo il testo una sorta di critica all’imperativo sociale dell’eterosessualità. Alcuni passaggi suscitano però qualche dubbio. Sibylle si dichiara innamorata pazza del marito “come il primo giorno”; poche righe dopo spoglia Paula e la guida per tre pagine nel vortice incandescente dell’amore. Torna a casa l’amato sposo e per tutti e tre c’è torta con caffè. Nessun conflitto dunque, semmai tratti di Triviallitteratur – tra l’altro un tumore che metterà Sibylle fuori scena. Resta l’amica Kathi, ma nel testo il nomadismo sessuale lavora a latere, serve cioè a marcare la sfiducia di Paula nei confronti della figura virile. Infatti nel plot Hein ci infila anche la seconda gravidanza, ma il padre – l’attore Jan – viene prontamente congedato da Paula, che “non vuole dividere il figlio con nessuno”.

E la vediamo sola, in preda alle doglie, ansimare verso l’ospedale. “Appena arrivava una contrazione mi sedevo sulla valigia cercando di controllarla con la respirazione, poi però mi ci voleva qualche minuto per riprendermi e ricominciare ad attraversare la città trascinandomi dietro il bagaglio”. Radicale nel suo strenuo bisogno di autonomia, Paula si afferma come grafica, ma con il passar degli anni la solitudine le stringe la gola come un nodo scorsoio. Sarà poi la storia a travolgerla. Caduto il muro di Berlino, tutto cambia. Allineate nelle ultime pagine scorrono le immagini del mutamento. I giovani migrano verso ovest. L’editoria orientale chiude i battenti, il nuovo mercato ha le sue regole. Cosa resta? I viaggi in Occidente, nella stanza un tempo proibita. Così chiude la protagonista il suo autoritratto, sola nel vagone letto per Parigi: “il ferroviere bussa alla porta e chiede se gradisco qualcosa. Non faccio una vacanza così da tanto tempo, voglio gustarmi il viaggio fin dall’inizio e ordino una bottiglia di vino”. Un finale che si rifrange sull’incipit, assegnando a quel corpo di donna ritrovato in un canneto della Loira un’ultima, tragica volontà di solitaria rivolta.