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Oggi riesumare l'epopea imperiale dei fascisti non provoca più imbarazzo ma soltanto risate. Sarà così anche con i vaffa di Grillo

Autore: Diego Gabutti
Testata: Italia Oggi
Data: 8 agosto 2016
URL: http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=2105050&codiciTestate=1&titolo=Oggi%20riesumare%20l%27epopea%20imperiale%20dei%20fascisti%20non%20provoca%20più%20imbarazzo%20ma%20soltanto%20risate.%20Sarà%20così%20anche%20con%20i%20vaffa%20di%20Grillo

C'è stato un tempo, oggi inimmaginabile, in cui il fascismo mieteva successi anche tra gl'italiani con la testa più o meno sul collo, specie tra quelli colpevoli d'aver letto troppe storie di Sandokan. Come l'insegnante elementare di cui racconta la storia Filippo Salerno nel Bel tempo di Tripoli, «che non inveiva contro il Duce o Vittorio Emanuele III, bensì all'indirizzo di Emilio Salgari. Diceva d'aver letto i romanzi dello scrittore veneto e di trovarsi in Africa, più che altro, per emulare i suoi personaggi. Scelta che, a quel punto, doveva apparirgli quanto mai dissennata».

Filippo Salerno, intervistato dal giornalista Angelo Angelastro molti anni fa, raccontò la storia della sua dipendenza (sua e della sua generazione) dal fascismo e della difficile disintossicazione che ne seguì. È la storia d'una «parabola personale», che può «vantare l'indubbio pregio» d'essersi «ripetutamente intrecciata con alcuni passaggi cruciali della tragica storia di quel regime accolti adesso in un libro che si legge d'un fiato, come capita di radi anche con i romanzi, i ricordi dell'avvocato Salerno, capo ufficio stampa della milizia in terra imperiale, sono il racconto onesto di questa spericolata allucinazione imperialista. Sandokan a parte, a parte Minnehaha e il Corsaro nero, niente giustificava l'idea d'un impero italiano. Paese arretrato sotto il profilo dell'economia, paese senza una cultura in grado di competere sul piano internazionale, l'Italia era la patria di Marinetti e di D'Annunzio quando nel resto del mondo c'erano i surrealisti francesi, c'erano i realisti americani, c'erano ipoeti russi che Stalin avrebbe presto divorato. Noi avevamo soltanto un clown, suoi seguaci e il gusto nazionale per il feuilleton, come nella storia della morte d'Italo Balbo raccontata da Salerno.

«Personalmente, Balbo, lo sentivo molto vicino: ne apprezzavo in particolare la schiettezza e l'eloquenza, così insofferente a un certo vaniloquio del Regime. Quando da Tobruk arrivò la notizia che il suo aereo s'era imbattuto in una sciagurata esibizione di fuoco amico, divampò la ridda di dubbi e supposizioni, non fugata dal racconto degli avieri che portarono a spalla la bara durante i solenni funerali. Essa risultò particolarmente leggera, circostanza non del tutto giustificata dal fatto che solo pochi resti del cadavere furono trovati vicino al velivolo distrutto. I più si convinsero che dietro quell'episodio si nascondeva una messa in scena per coprire il passaggio di Balbo al nemico. Il Quadrumviro non era morto, ma aveva finto la sua dipartita con studiata teatralità. Gl'inglesi colsero al volo l'imbarazzo italiano e diedero vita a una stazione radio intitolata proprio a Italo Balbo».

Avevamo il feuilleton, avevamo la Perfida Albione, avevamo Mussolini e il suo fan club. Nel suo caratteristico costume da cavallerizzo del Circo Orfei, fiero il cipiglio, giusto un po' fuori ordinanza il panzone, il DUX brandiva la Spada dell'Islam e procurava alla Grande proletaria di Giovanni Pascoli un posto al sole tra le faccette nere prima dell'Abissinia e poi della Libia. Fu un disastro culturale, con gerarchi perdigiorno e plebei come vitelloni felliniani a caccia di medaglie e prebende che resero l'Italia ancor piùridicola agli occhi del mondo civile.

Fu un disastro culturale che la guerra mondiale trasformò, pochi anni più tardi, in un'apocalisse storica e sociale, dalla quale non ci siamo ancora del tutto ripresi. Oggi riesumare l'epopea imperiale dei fascisti italiani non provoca neanche più imbarazzo ma soltanto risate. All'epoca fu invece presa molto sul serio anche dalle persone di buon senso come Filippo Salerno (oggi prendiamo sul serio, allo stesso modo, l'antipolitica del «vaffa», non il fascismo ma il grillismo e il «lumbardismo», di cui al momento ridono in pochi ma che saranno immancabilmente lo zimbello delle prossime generazioni, che rideranno di Virginia Raggi che fa sedere il proprio bambino sulla poltrona del sindaco come oggi ridiamo del DUX con le mani sui fianchi che si molleggia sui tacchi e rotea gli occhi da divo del mutodavanti alle cineprese dell'Istituto Luce).