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Il bello di essere migranti e scrittori

Autore: Valentina Pigmei
Testata: Grazia
Data: 26 maggio 2009

Londra. Con Jadelin Maiala Gangbo ho appuntamento davanti alla stazione di Liverpool street. Jeans sdruciti, maglione macchiato di vernice, barba lunga, sguardo fiero e insieme dolce, Jadelin è nato in Congo nel 1976 e si è trasferito a Londra tre anni fa, dopo aver trascorso la sua vita a Bologna. Parla quattro lingue ma non ha perso il suo accento emiliano, e mette subito le cose in chiaro: «Se mi sento italiano? Lei come si sentirebbe se fosse andata in Kazakistana 4 anni e ci fosse rimasta fino a 29?». Jadelin mi propone una birra in un locale all’aperto pieno di graffiti e tavoloni di legno. Lo seguo. Alla sua terza prova narrativa, Gangbo ha scritto la storia di due gemelli rasta che crescono in Italia, in un istituto gestito dalle suore. Due volte (e/o) è una vicenda parzialmente autobiografica, ma tutti gli indimenticabili ragazzini sono esistiti davvero: Pasquale, giovan camorrista in nuce, agata la bambina “sputata” (in realtà “stuprata”), Giò Giò il piagnone, Lele lo sgangherato, Faccia di muro e gli altri. Scritto con una lingua fresca e disinibita, il romanzo di Gangbo è frutto di un “orecchio” straordinario per il parlato e per i dialoghi: una storia allegra che racconta come la vita può essere bella anche per gli immigrati.

Quando ha cominciato a scrivere?
«Scrivo da quando ho 16 anni e sono autodidatta, ma non è mai stato un sogno, è una condizione!»

Perché una storia sull’infanzia?
«Ho sempre voluto scrivere questa storia, ma forse non ero pronto: tanti anni fa, quando pubblicai il mio primo libro, una scrittrice russa al Salone del libro di Trinomi ha detto “Non scrivere della tua infanzia, aspetta di essere più grande”. Aveva ragione. In ogni caso lo dovevo a quei bambini dell’istituto… per anni mi svegliavo e pensavo: “Quei bambini sono davvero esistiti, devo raccontare le loro vite”. Sono stati con me tanti anni, dai 4 agli 11».

E poi a 11 anni che è successo?
«Sono andato in un istituto di preti fino ai 14 e poi fino a 17 anni in una casa- famiglia, insieme agli altri miei fratelli».

Quanti siete?
«In tutto siamo 11, come una squadra di calcio. Ma non possiamo più giocare, uno di noi è morto».

I vostri genitori vi hanno abbandonato?

«È una lunga storia e un po’ diversa da come ho raccontato. Nel libro c’è anche invenzione, ovviamente, per esempio mio padre on era un rastafari ma un uomo d’affari molto ricco. Aveva un business in Italia e allora decise di trasferire tutta la famiglia vicino a Imola. Poi ebbe dei problemi legali e scappò con mia madre lasciandoci temporaneamente: il più grande aveva 15 anni. Cercarono di organizzare il ritorno in africa, ma nella casa scoppiò un incendio, questo attirò i servizi sociali e finimmo tutti in istituto».

L’ha mai rivisto suo padre?
«Sì, tre volte, sempre in vacanza. Ora è morto».

E sua madre?
«Con lei ora ho un bel rapporto, la sento spesso, anche se vive in Francia».

Come hai vissuto dopo essere uscito dall’istituto?
«Ho fatto la scuola alberghiera e poi lavori saltuari, in particolare il cuoco. Sono stato pony express, pizzaiolo, educatore ausiliario nelle scuole; ho fatto l’operaio, volantinaggio e l’insegnante di scrittura creativa al Pratello a Bologna».

Tornando al libro, perché i due gemelli rifiutano l’invito di una famiglia adottiva e preferiscono rimanere in collegio?
«Perché accettare di essere adottati equivale ad ammettere un fallimento. È come dire: “Ho perso”. E i bambini non vogliono perdere, non vogliono dire che non hanno una famiglia, o che i loro genitori sono delle merde. I bambini non vogliono vedere la realtà, hanno un grande senso di sfida e di dignità. Ho vissuto quest’esperienza anch’io, e credo che gli istituti rappresentino delle reali fonti di affetto: si crea solidarietà, proprio come in carcere».

L’Italia è un paese razzista?
«È un paese alle prime armi con lo straniero ed esprime i suoi aspetti più bassi, quelli della difesa. È sempre la paura del diverso che crea delle barriere. L’unico modo è aprirsi e non contrastarle, l’ostilità crea ostilità».

A Londra è diverso?
«Sì, decisamente! Qui nessuno ti guarda strano. Ma anche l’Italia diventerà multietnica, è solo una questione di generazioni e poi vedremo poliziotti neri…»