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Je suis Pauline, assassina e vittima

Autore: Roberto Barbolini
Testata: Quotidiano Nazionale
Data: 24 agosto 2016

Una dark lady maledetta, assassina a sangue freddo del fidanzato che l'aveva piantata; un ex collaborazionista rapata a zero dai partigiani francesi per bollare la sua infamia; una femmina assatanata di sesso, che appena quattordicenne si accoppiava freneticamente con chiunque; una donna che si era laureata in medicina solo per il piacere di manipolare sadicamente organi umani. Il profilo morale che la stampa e l'opinione pubblica francesi degli anni Cinquanta ritagliarono attorno a Pauline Dubuisson non lasciava adito a dubbi. Ad aggravare la sua posizione, se possibile, si aggiunse il suicidio dell'amatissimo padre, ufficiale pluridecorato della Grande Guerra, sopraffatto dallo scandalo e dalla vergogna. Al termine d'un processo che fece scalpore, la protagonista di questa storia nera che aveva appassionato tutta la Francia fu condannata all'ergastolo. Entrata in carcere ventunenne nel 1953, nel '59 Pauline ne uscì per buona condotta.

A questo punto il suo destino s'intreccia con quelli di un grande regista in crisi, Georges Clouzot, e di una giovane attrice che è anche l'esplosivo sex-symbol dell'epoca: Brigitte Bardot. Una diva travolgente e così scandalosa per i tempi da diventare ben presto un mito, tanto da essere citata con le semplici iniziali BB senza venire confusa, come oggi potrebbe accadere, con l'insegna d'un Bed & Breakfast. Clouzot era reduce dal fallimento al botteghino del suo film precedente, "Le spie", e fu il produttore Raoul Levy a suggerirgli la Bardot come richiamo di cassetta. Intuizione felice: uscito nel 1960, "La verità" offre a BB nei panni di Pauline (qui ribattezzata Dominique Morceau) il destro per una delle sue interpretazioni più intense. Ma il suo rapporto con lo spigoloso Clouzot si rivelerà così duro da spingere l'attrice a un tentativo di suicidio; forse un presagio inconsapevole, un'immedesimazione nel destino dell'assassina in carne e ossa che ha ispirato il personaggio.

L'uscita del film sconvolge Pauline, che vede i maligni riflettori di un'opinione pubblica prevenuta e male informata puntati nuovamente su di lei, "l'infame sanguinaria", "la Messalina degli ospedali". Per sfuggire al clamore suscitato da "La verità" si rifugia a Essaouira, in Marocco, dove l'esigenza di raccontare la "sua" verità la spinge a scrivere la propria storia. A partire da qui, dai quaderni andati perduti dopo il suicidio per barbiturici di Pauline, avvenuto il 22 settembre 1963, lo scrittore e drammaturgo francese Jean-Luc Seigle dà inizio al suo lavoro di ricostruzione narrativa che le edizioni e/o mandano in libreria il 25 agosto con il bel titolo "Vi scrivo dal buio". È la traduzione fedele di "Je vous écris dans le noir" ma il titolo originale ha il vantaggio di poter utilizzare la parola magica "noir" utilizzata nel 1946 dai critici francesi Nino Frank e Jean-Pierre Chartier per designare un genere ibrido, un prodotto popolare tra letteratura e cinema dal "cru" non ben definito, ma sicuramente derivato dal vitigno dell'hard-boiled americano. Lo stesso da cui germina quella figura di Dark Lady spietata che fu appiccicata addosso a Pauline.

Affidandosi alla rabdomanzia di una scrittura molto partecipe, Seigle combatte strenuamente contro questo stereotipo negativo, cercando di ricostruire in viva voce lo sfaccettato punto di vista della "vera" Pauline. Senza fare sconti, ma mostrando come un'assassina possa essere in realtà una vittima. Rovesciamento che potrebbe apparire banale, se non fosse alimentato dalla vorace passione con cui Seigle ripercorre e reinventa le tappe d'una vita disgraziata: quella d'una ragazzina che a diciassette anni viene stuprata e rapata a zero da un gruppo di partigiani per essere stata amante d'un ufficiale medico tedesco quando - da studentessa modello - faceva pratica in ospedale. Da questo trauma si snoda la catena inesorabile degli eventi, tentativi di suicidio compresi, che trascinano Pauline verso un destino da film noir: «Vi scrivo dal buio. Sono le prime parole della lettera che viene letta alla fine del film dal presidente della Corte d'Assise. Sono parole mie. Ho davvero scritto io quella lettera, ma l'ho scritta il giorno prima che cominciasse, quando ho cercato per la terza volta di darmi la morte». Con queste parole si apre il diario di Pauline risognato da Seigle. La fine è già annunciata: nell'effimera pace dell'esilio in Marocco, Pauline si darà la morte. Non si sfugge agli stereotipi. Alla "Messalina degli ospedali" non poteva toccare che un finale da un film di Clouzot.