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lavare i panni sporchi a suon di racconti

Autore: Giulio D'Antona
Testata: Pagina 99
Data: 26 agosto 2016

(...) Con una felice intuizione Europa Editions, costola americana di E/O, ha captato il trend e ha offerto con successo ai lettori Usa la quadrilogia napoletana di Elena Ferrante, facendo leva sull'aspettativa che accompagna l'uscita di ogni nuovo "capitolo". E ancora E/O ha, stavolta in Italia, riproposto classici dimenticati del genere. Come la saga dei Lavette di Howard Fast, che si declina in sei romanzi a partire da Il vento di San Francisco, seguito ora dal secondo volume, Seconda generazione, tradotti entrambi da Augusta Mattioli. O come La baia di James Michener (traduzione di Grazia Lanzillo, pp 1232, euro 19,52).

Jamestown, Virginia, dove il fiume James si allarga e si congiunge con lo York per formare il bacino di Mobjack, è riconosciuto storicamente come il primo insediamento inglese in nordamerica. Qui comincia tutto. All'inizio del '600 la comunità di coloni guidata da John Smith si è installata nelle paludi di Chesapeake e conduce un'esistenza difficile. Nei primi anni, almeno l'80% dei nuovi abitanti troverà la morte per sfinimento e denutrizione. Nel 1604, mentre risale il James in cerca di un luogo per ricollocare il villaggio, Smith viene rapito da un gruppo di esploratori della locale tribù di nativi, i Powhatan, che certamente lo ucciderebbero se la figlia del capo, Pocahontas, non si imponesse sui fratelli.

Di qui in poi, la storia si può leggere in due modi: il primo è attraverso una serie di trattati di pace, promossi da Smith in nome del buon cuore della sua salvatrice, ma che prevedono la conversione della maggior parte dei nativi al cristianesimo, oltre che la cessione di molti territori Powhatan agli inglesi. Il secondo attraverso la nascita di una fratellanza simbolica, consolidata dal matrimonio di un altro colono, John Rolfe, con Pocahontas, battezzata cristiana per evitare "la dannazione dell'anima del marito".

In poco tempo i rapporti tra i coloni e i nativi si sarebbero guastati di nuovo, dando inizio a secoli di un conflitto in cui gli indiani avrebbero fatto più che altro la parte delle vittime sacrificali. Ma questo ha qui poca importanza. Quello che conta è che, almeno per la leggenda, il gesto fondante per la nascita della nazione americana si riduce a un matrimonio di convenienza.

È più o meno da queste parti che comincia La baia. Michener cambia i nomi ma preserva i concetti: il suo Rolfe si chiama Edmund Steed ed è il capostipite di una dinastia industriale che si incista nei pilastri della storia. Una famiglia di coltivatori di tabacco, contemporaneamente approfittatori e benefattori, capaci di muoversi nel Nuovo Mondo con la disinvoltura dei conquistatori e la previdenza degli uomini d'affari. Destinati ad attraversare la guerra civile, la confederazione, l'Unione, due guerre mondiali e quella miriade di spaccature interne, di piccole crepe ancora non saldate che caratterizzano le vicende di una nazione continuamente in divenire.

Non a caso la narrazione comincia all'incirca cento anni prima dell'arrivo di Steed a Chesapeake. Per inquadrare una famiglia americana occorre tracciarne la provenienza e Michener, con una precisione nella ricostruzione storica che ricorda classici della saggistica come La terra piangerà di James Wilson e Seppellite il mio cuore a Wounded Knee di Dee Brown, la fonde a quella dei nativi, sulla linea di quella tradizione patriottica che celebra nel giorno del Ringraziamento il sodalizio tra i Padri Pellegrini e i Wampanoag nell'inverno del 1620. «Ogni fiero americano dovrebbe considerare nella sua linea ereditaria almeno una goccia di sangue nativo. Se non lo fa, se nega sdegnosamente questa possibilità, dovrebbe essere considerato un inglese e quindi non riconoscersi nell'Unione», scriveva il generale George Cook. (...)