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What just happened? Storie amare dal fronte di Hollywood

Autore: Lorenzo Vincenti
Testata: Close-up
Data: 4 giugno 2009

“Vanity Fair mi ha nominato uno dei 30 produttori più potenti del business. Potere è un termine astratto ma a Hollywood è tutto. Non è vero quello che dicono, puoi averlo, volerlo o avere paura di perderlo e la posizione che ti viene assegnata in queste occasioni o chi ti mettono vicino può non sembrare importante. Invece lo è, eccome se lo è”. Ben (Robert De Niro), Disastro a Hollywood.

Nella scena iniziale del recente film di Barry Levinson Disastro a Hollywood, il protagonista Ben, produttore di fama mondiale ed icona dello showbiz, si appresta a posare per la foto che la prestigiosa rivista americana è solita dedicare ai più illustri personaggi dello studio-system hollywoodiano. Ben all’inizio della parabola ci viene presentato come un personaggio rilevante nel mercato, uno di quei produttori che contano e che sanno fare la differenza. In pratica, la sua importanza nell’olimpo cinematografico avrebbe dovuto consentirgli, durante la foto, di posizionarsi proprio nel mezzo dell’enorme scritta POWER posta sullo sfondo (tra la lettera O e la lettera W), nel rispetto di un rituale elettivo in cui ogni personaggio colpito dalla fortuna del potere si va ad inserire nella porzione di parola che più gli compete. L’omissione dall’intro dello scatto fotografico però mette in discussione, in maniera a dir poco geniale, quanto visto nel prologo ed avvia un viaggio a ritroso nella vita di Ben in cui scenari inverosimili fanno da scintilla inaugurale alla sua disfatta, al crollo della sua vita privata e della sua immensa carriera professionale. La costruzione del disfacimento psicologico di un uomo corredata da un ragionamento intenso sull’effimera consistenza del mondo dello spettacolo divengono così parte essenziale di un racconto ben articolato, rappresentato splendidamente dal cinismo, dall’irriverenza e dall’ironia amara di un ispirato Barry Levinson.

Ma dietro di lui, dietro quell’introduzione magistralmente orchestrata dal regista di Baltimora, dietro il volto contorto ed avvizzito di De Niro e dietro quella parabola decadente delle personalità di Hollywood si nasconde qualcosa di molto più concreto e tangibile di quanto si possa immaginare : ovverosia l’esperienza e la passione di colui che, quell’esplosione di sentimenti, ansie, illusioni e delusioni raccontate nel film, le ha vissute realmente sulla propria pelle per anni e continua a viverle a dispetto dei suoi 67 anni. Art Linson, questo il suo nome, è ora uno scrittore sufficientemente maturo per guardarsi dentro, uno sceneggiatore acerbo ma abbastanza esperto da declinare in termini drammaturgici le mille sfaccettature del suo mondo. Art Linson è prima di tutto un produttore però, di quelli da scrivere con la “p” maiuscola, da rispettare, sfruttare, ma anche da gettare via nel caso di clamorosi ed imprevedibili insuccessi. Art Linson, per chi non lo conoscesse, è l’artefice di film come Heat – La sfida, Gli intoccabili, Fuori di testa, SOS Fantasmi, Fight Club, oltre che del recente capolavoro di Sean Penn Into the wild. Ormai fuori dal giro delle major, nelle quali ha trascorso molti dei suoi anni di carriera e dalle quali è stato estromesso per una sorta di turn-over obbligato, Linson ha oggi raggiunto quella serenità dei grandi che gli consente di poter raccontare, in maniera smaliziata, le pieghe più nascoste del suo grande mondo. Lo ha fatto con il primo libro “A Pound of Flesh : Perilous Tales of How to Produce Movies in Hollywood” del 1998 ed ha continuato a farlo nel 2002, scrivendo questa sua seconda opera dal titolo “What Just Happened ? Storie amare dal fronte di Hollywood”. Libro da cui è poi nato lo script del film di Levinson e che, proprio per la recente uscita di quest’ultimo, cogliamo l’occasione di presentare ai lettori.

“Per prima cosa avevamo ricevuto l’obbligatorio e atteso rifiuto da Harrison Ford. A quei tempi, qualsiasi copione richiedesse un protagonista maschile sopra i quarantacinque finiva direttamente a Harrison perché, se lui accettava, la data d’inizio era assicurata. Non importava se il personaggio era una spia internazionale o un travestito. Se si trattava di un uomo maturo, il copione andava a Ford ; a meno che, naturalmente, non interessasse a Tom Cruise”

Diviso in brevi ed isolati capitoli, What Just Happened ? si concentra su aneddoti recenti e passati della carriera di Linson. Li elabora separatamente mantenendo come unico filo conduttore una sorta di terapeutica comunicazione che l’autore instaura con il collega in disgrazia Jerry Katzenberg. Il primo casuale incontro tra i due diventa infatti trampolino di lancio per tutta una serie di sedute psicanalitiche, mascherate da appuntamenti amichevoli, attraverso i quali l’uditore (Katzenberg) riesce ad alleviare la propria vampiresca sete di news e l’autore (Linson), appigliandosi alle esigenze del dirimpettaio e indirizzandosi al lettore del libro, narra le sue più strane vicissitudini professionali. Si va dalla produzione per conto della Fox del film L’urlo dell’odio, scritto da David Mamet e diretto da Lee Tamahori (i primi sette capitoli), fino ad arrivare alla realizzazione di Fight Club (cap.12), passando per i risvolti produttivi di Paradiso perduto (cap. 7-8-9), Falso tracciato (cap. 10), Sunset Strip (cap. 13) e l’esperienza de Il colpo (Heist), film indipendente diretto dal “fratello” Mamet e finanziato da Samaha. Il menu del libro si arricchisce poi dei nomi più grandi dell’industria hollywoodiana, personalità del calibro di Murdoch, Bill Mechanic, Chernin, Laura Ziskin, Wasserman, Ned Tanen, tutti citati e descritti da Linson senza timore reverenziale o indugio alcuno. Il piatto forte è rappresentato però dai concitati momenti delle trattative, dalle fasi di lavorazione sul set, dal casting, dai rapporti conflittuali con gli attori, dalla elaborazione della versione definitiva dello script e da tutti quegli altri momenti che vanno a comporre la genesi e l’evoluzione segreta di ogni opera. Linson parla di questi attimi restituendo al meglio le sue antiche ansie, i problemi vissuti, le delusioni, l’istintività di un tempo e rapporta il tutto al giudizio che di essi, egli riesce a dare oggi, a distanza di molti anni. Un giudizio rigido e severo nei confronti di un passato visto ormai attraverso gli occhi corrucciati di chi per una vita ha combattuto sul ring infame dello showbiz.

“Uno dei pochi vantaggi dell’essere estinti, mentre tutto il resto va in rovina, è che perdi completamente ogni vanità. La verità non ti può più mordere il culo”

Questa sua spigolosità si traduce ovviamente in una forma letteraria molto diretta e genuina, arricchita da un sense of humor amaro, corrosivo e da un ritmo assolutamente frenetico, espressione diretta della concitazione presente all’interno degli studios. Linson alterna sapientemente e attraverso stacchi bruschi, gli attimi della narrazione pura a quelli più concitati del dialogo con Katzenberg, provocando in tal modo un forte disagio nel lettore. Quest’ultimo, così come lo spettatore del film, subisce la frenesia del testo, viene travolto dalla sua immediatezza, e nonostante in qualche passaggio si avverta il rischio di una lettura troppo frivola o confusa, la voglia di addentrarsi nei meandri della Hollywood che nessuno conosce, e avere oltretutto la garanzia di farlo con un protagonista di quel mondo, rende costante la partecipazione al testo. Il libro di Linson, come il film di Levinson, mostra infatti di saper giocare con la mitologia del circo hollywoodiano. La strategia che lega indissolubilmente testo e pellicola ha come scopo prioritario quello di farci assaggiare porzioni di una realtà maledettamente concreta, ma di cui solo loro possono farsi testimoni. Proprio da questo nasce il fascino di una costruzione in apparenza realistica ma che prendendo ad oggetto un mondo così distante da chi vede e chi legge non può che tramutarsi in immagine surreale.

Rispetto al film di Levinson, costruito su un arco temporale ridotto e circoscritto a pochi ma interessanti aneddoti, il libro originale mostra un andamento più singhiozzante, fatto di continui spostamenti e deviazioni nella mente dell’autore. Se nel film l’ansia accompagna il protagonista in maniera assidua, sovrastandolo con il passare dei minuti grazie ad un crescendo di tensione, nel testo essa viene tenuta sempre nascosta, per essere soltanto allusa o evocata come causa scatenante dei risultati di ciò che accade. Il dato certo però è che in tutte e due le opere si respira un senso di precarietà assoluta, riconducibile ad un mercato schizofrenico in cui il risultato è l’unica cosa che conta e in cui l’insuccesso o l’errore sono dei marchi indelebili dietro i quali si cela la minaccia dell’anonimato. In conclusione è opportuno e doveroso sottolineare come entrambe le opere camminino in maniera distinta e separata, a testimonianza del fatto che il lavoro svolto è riuscito a smarcare la confusione di una visione scioccante, che mira a smuovere lo spettatore dalla poltrona e a farlo sobbalzare continuamente dalla fruizione lenta, viscerale e partecipativa del testo scritto. Alla resa dei conti comunque, il libro riesce, anche si di poco, ad avere la meglio sull’opera cinematografica proprio perché riesce a raggiungere quella schiettezza e quella grezza spontaneità che il film di Levinson tenta invece di manipolare leggermente. Una lettura consigliata quindi, veloce, digeribile e soprattutto adatta a chiunque. Anche a chi vede il cinema come un semplice passatempo.