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Viaggio notturno cercando il padre grande artista dalle cento vite

Autore: Pierluigi Battista
Testata: Corriere della Sera
Data: 15 settembre 2016

Come classificare, in quale scaffale collocare, e con quali ascendenze, prestiti, ispirazioni della letteratura nazionale identificare questo romanzo stralunato e surreale, comico e struggente, tenero e sferzante che si intitola Le cento vite di Nemesio, pubblicato dalla casa editrice e/o, di uno scrittore giovane ma non giovanissimo come Marco Rossari? Un romanzo sboccato e seriosissimo insieme, che comincia con una sentenza destinata a rappresentare il tormentone di tutto il libro («sono nato da uno sperma vecchio»), ma che ha la pretesa di raccontare, attraverso la ricostruzione insieme realistica e onirica della vita del Grande Artista Nemesio padre, un secolo intero come il Novecento.

Una storia, ma una storia che per raccontarla nei suoi particolari ci vuole molta fantasia. Ci vuole molta fantasia per lavorare, come Nemo jr («nomignolo aberrante»), e malgrado il rapporto filiale con il Nemesio «Gigante della Pittura», «Artista Contro del Novecento», in uno scombiccherato Museo delle Avanguardie delle Avanguardie, dove nelle sale si svolge l’accanita battaglia tra quella dei Vuotisti, dal movimento che «si distingueva per la sparizione dell’autore e per il fanatismo della forma», e quello dei Pienisti, «un movimento attivo dalle parti di Vibo Valentia, nei pomeriggi di afa e di indigestione». E ci vuole molto coraggio per ripercorrere luoghi e tempi del Novecento, dalla ruggente e trasgressiva Germania di Weimar alla festa mobile della Parigi degli artisti e degli intellettuali, e poi le due guerre mondiali, Prima e Seconda, e Salò e il subito dopo Salò e i paradisi del socialismo reale dove Nemesio trascorre tantissime delle sue «cento vite». E ogni volta peripezie, incontri stravaganti, arguzie, disgrazie, malattie veneree, partecipazioni casuali ai tornanti della storia come nemmeno l’onnipresente Zelig. E tutto che finisce con la celebrazione del centenario padre di Nemo e Padre della Patria, mentre tutt’attorno chi lo festeggia ondeggia al ritmo di un’«Internazionale swingata» con l’esibizione di una «megera che a furia di ritocchi era uguale spiccicata a una demoiselle d’Avignon». E il riferimento parodistico a Picasso è d’obbligo in una storia in cui Nemesio, uno dei grandi eroi dell’epopea novecentesca nel mondo dell’arte, attraversa tutte le tappe della vicenda artistica, movimenti, sotto-movimenti, contro-movimenti, ma sempre come se si trovasse lì per caso.

L’espediente narrativo adoperato da Rossari è una specie di viaggio che il figlio, pigro e scorato, intraprende lungo sentieri notturni, preda di sogni che non si sa se siano incubi (ma tutto lascia pensare o immaginare che lo siano: «Magia? Sortilegio? Ansiolin?»), per ricostruire frammento dopo frammento la vita lunga, lunghissima del riverito padre. Innesti fantastici, dettagli incredibili, deviazioni dalla retta via. Come si chiama la tedesca che salva Nemesio nel 1922 dalla furia alcolica degli squadristi? Ma ovviamente Wiesengrund, come il secondo nome del filosofo Adorno. E poi le «vittime del satiro», perché il piccolo Nemo, che il Padre ha contribuito a generare alla veneranda età di settant’anni (ecco il riferimento alla vetustà della forza che lo ha generato), è il figlio di un cercatore infallibile di donne nelle svolte più significative e dolorose del secolo: «Modelle cui fare il ritratto, servette, dame di Weimar, poetesse scappate dalla Grecia dispotica, persino qualche moglie», mentre «aveva sondato i bordelli a ridosso del fronte austroungarico e flirtato con le ballerine del Berliner Ensemble, partecipato alla battaglia partigiana proprio a Salò e alla bohème parigina proprio a Parigi, scorrazzato per Mosca e Budapest negli anni della Guerra fredda, per giunta di inverno. Se esisteva un fallo internazionalista, quello era il suo».

Ma neanche l’apice della sua presenza di artista maestro del pensiero resiste alle bordate oniriche del figlio i cui incubi sono trascritti da Rossari. Incontra un gigante dell’antifascismo fedele a Mosca come Giancarlo Pajetta e il vecchio Nemesio diventa in toto artista di regime, e la sua vita «si affiancò a quello della classe operaia e contadina. Fu un turbinio di campi e fabbriche. Alla serie “Fabbriche&Campi” seguì l’impareggiabile “Campi&Fabbriche” superata soltanto da “Per i campi e per le fabbriche”». Lavorava per il futuro del mondo, Nemesio. E per il suo, di futuro, ci sarebbe stato ancora molto tempo, prima di incontrare il figlio che non lo vuole incontrare, salvo appropriarsi criminosamente in ospedale della gamba amputata all’esimio Padre. Chissà se è vero, se è un sogno, o un incubo. O, a scelta, la letteratura molto eccentrica ed eterodossa di Marco Rossari.