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Il nipote liberista del «Che»

Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 2 ottobre 2016

Canek Sánchez Guevara, figlio della figlia maggiore di Che Guevara, lasciò Cuba nel ’96 per il Messico, dove morì nel 2015 a 40 anni. Collaboratore di riviste letterarie e critico del regime castrista, si definiva «anarchico, libertario, liberale ultraradicale, democratico underground, comunista, individualista, ego-socialista». Qui anticipiamo un brano del romanzo inedito Il disco rotto. 33 rivoluzioni (trad. di Raul Schenardi, e/o, pagg. 120, € 10), testimonianza di una generazione che credette negli ideali rivoluzionari e dovette poi fare i conti con la mancanza di libertà.

Si sveglia con un raggio di sole che gli tortura l’occhio sinistro, il ronzio del ventilatore insediato in entrambi i timpani e la viscosità dell’estate che inzuppa lenzuola e cuscino. Senza pensarci chiama un dottore amico per chiedergli un certificato medico (si danno appuntamento in un parco della loro infanzia); prende la macchina fotografica, qualche rullino di vecchie pellicole ed esce. Cammina lungo il Malecón fino alla punta (attraversa il tunnel della Quinta avenida) e si siede ad aspettare. Ad aspettare cosa? Che suoni il disco rotto dell’inevitabile.
Un’ora dopo, un gruppo di adolescenti si avvicina alla riva con tavole, corde e barili vuoti. In poco meno di quaranta minuti montano un congegno galleggiante di piccole dimensioni (improvvisano un'albero con un tubo e le vele con diverse lenzuola). Qualche gallone d’acqua e qualche barattolo di biscotti serviranno al sostentamento dell’equipaggio. I ragazzi preparano la zattera – lui fotografa l’operazione – finché uno di loro (non più di diciassette anni) gli si avvicina e con tutta la sfacciataggine del quartiere lo interroga: «Ehi, sei un poliziotto o che ci fai qui?». «No, no, no, quale poliziotto, macché». «Niente, è che ti vedo scattare foto, amico». «Sono soltanto un testimone del mio tempo...». L’adolescente lo guarda come si guarda un poeta incompreso: «Sei uno spione, sappilo» e poi si volta lasciandolo lì, con in mano la macchina fotografica, senza dargli neanche il tempo di mandarlo affanculo.

Finisce il primo rullino quando l’aggeggio galleggiante si allontana con il suo carico di stanchi di tutto, senza niente ormai che li trattenga. Mentre la zattera avanza verso lo stretto, lui riprende la strada per tornare a casa (trascinando i piedi) e si domanda in quale momento il sogno del futuro è rimasto incagliato nel passato: Tutto quello che credevamo di esserci lasciati alle spalle–pensa–torna un’altra volta (tutti i vizi dell’ancien régime, però today), come una vite spanata o un disco che s’incanta e continua a girare nello stesso solco. Tutto è violenza, pensa: Gli animi sono sempre esasperati e basta qualunque scusa, per quanto lieve, a scatenare il crimine. La fame alimenta, la disperazione è l’unica speranza, pensa. Arriva al parco (di fronte a un teatro) dove incontra il suo vecchio amico. Seduti sul bordo della fontana senz’acqua, il dottore gli consegna il documento che certifica che è malato, liberandolo dal lavoro per qualche giorno. Entrambi fumano– guardando passare i bambini – e rievocano i tempi in cui anche loro erano bambini e giocavano a fare gli agenti della Sicurezza: «Me ne vado» annuncia il medico. «Qui non c’è più niente da fare».

«Lo so» risponde lui. «Lo so...». Si salutano con un abbraccio sapendo che sarà l’ultimo, l’arrivederci finale. Arriva a casa e si getta sul divano, stanco, senza alcuna voglia di pensare. Si sente vecchio, magro, sporco, perduto – cos’è cambiato da ieri? Si domanda per l’ennesima volta se non sia altro che un esteta tormentato e non sa cosa rispondere. Da un lato, come chiunque altro in questo disco rotto, vive immerso nell’epica della dignità povera ma dignitosa, del sacrificio come modus vivendi e della resistenza come perfezionamento di sé;dall’altro– si tortura–, non capisce perché la povertà debba essere un’opera d’arte o il gradino più alto dell’evoluzione sociale.

Il tramonto è lento, un afoso microinferno in mezzo all’estate: una sonnolenza vasta come il mare si impadronisce della vita. Sprofonda nel sopore lasciandosi trasportare da immagini infestate di squali e cadaveri; sogna di puntare sull’otto (morto) e sul dieci (grosso pesce) e di vincere un viaggio nell’altromondo (la lotteria cubana, ispirata alla cabala onirica cinesi ha 100 numeri associati a altrettante immagini: l’8 in questo caso sono i morti in mare, il 10 gli Stati Uniti, ndr). Si sveglia in un bagno di sudore. Sono le nove, lo sa grazie alle migliaia di televisori che intorno a lui si sintonizzano a tutto volume sulla telenovela (la città a quest’ora si paralizza, rapita da amori e drammi altrui). Si trascina fino in bagno per darsi una rinfrescata, un inefficace rimedio contro la calura.

Poi si prepara qualcosa di fresco e leggero da mangiare e consacra la serata alla visione di un film di fantascienza. Si addormenta sul divano con la tv accesa e la porta del balcone aperta, e la scarsa brezza estiva addolcisce il suo lungo sonno.