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Infanzia violata e cadaveri giallo a Monte Sant’Angelo

Autore: Enzo Verrengia
Testata: Gazzetta del Mezzogiorno
Data: 2 ottobre 2016

Il giallo mediterraneo diventa garganico nel nuovo romanzo di Giorgia Lepore, Angelo che sei il mio custode. Non si tratta solo di una maggiore precisazione delle coordinate geografiche. Ambientarlo a Monte Sant’Angelo, una delle località più significative del Promontorio pugliese, comporta calarsi nelle suggestioni stregate che ne promanano insieme al sentore di salso e di pini. Inoltre, il tema dell’infanticidio, affrontato dalla Lepore, rimanda a un altro giallo, cinematografico, Non si sevizia un paperino, diretto da Lucio Fulci nel 1972, che fu girato parzialmente vicino Monte Sant’Angelo. I capitoli del libro sono scanditi all’inizio da dati meteorologici. Indispensabili, perché le condizioni del tempo influiscono su fatti e personaggi. Soprattutto Gerri Esposito, che i lettori possono ricordare dal romanzo precedente della Lepore, I figli sono pezzi di cuore. Lì l’ispettore aveva condotto un’indagine alle radici di se stesso, «risolvendo» anche il mistero della sua origine, lui che si ritrova con il classico cognome del trovatello. Anche adesso c’entrano i bambini, quelli uccisi fra diverse località e Manfredonia, ai piedi del Gargano. Il collegamento fra i casi costringe Esposito a una trasferta sul Golfo. Non fa una buona impressione a Giovanna Aquarica, convocata da Roma quale esperta di crimini che implicano i minori. Di lui dice: «Lo vedo un po’ addormentato». Invece Esposito veglia. Innanzi tutto sulla propria fragilità. Impossibile non identificarsi con le piccole vittime, dopo una fanciullezza come la sua. A Giovinazzo, intorno a Natale, era scomparso il figlioletto di una coppia di salumieri. A Manfredonia: «Non era un cadavere: era uno scheletrino, nascosto in un anfratto roccioso in un bosco, con qualche traccia di vestito addosso e un braccio mancante». Macabro, struggente e perfino tenero, di quella tenerezza cupa suscitata dai resti di un bimbo che si sa avere sofferto prima di spirare. Nel crescente astio fra Esposito e la dottoressa Aquarica, vengono riesaminati altri casi di minori scomparsi in tutto il Sud. Niente sembra combaciare. Né aiutano le sbandate mentali di Esposito, che non esclude dai suoi sogni Claudia, la moglie del suo superiore, Marinetti, che però si comporta da amico, accantonando la gerarchia. Sul piano della narrazione, la Lepore schiude agghiaccianti spiragli sulla sorte dei bambini con interludi in corsivo dedicati alle paure di quelli destinati a morire. E qui viene in mente il migliore Stephen King. Finché tutte le frecce direzionali puntano al santuario di San Michele, di Monte Sant’Angelo, e il «semplice» thriller s’intreccia, appunto, con il repetorio antropologico della magia, l’animismo sciamanico. Il paganesimo che fornì materiali di studio e divulgazione a Ernesto De Martino in Sud e magia. Giorgia Lepore padroneggia questo salto di qualità del romanzo con lirismo ed empatia verso i suoi protagonisti. Di nuovo coinvolge una di loro, Giovanna Aquarica, nella scoperta di una verità che riguarda se stessa. Mentre per Gerri Esposito si ripropone una sorta di maledizione: «...perché quegli eventi gli confermavano che lui il poliziotto non avrebbe mai dovuto farlo...»