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Poveri ricchi

Autore: Andrea Scanzi
Testata: Diario
Data: 3 novembre 2005

Dei romanzi di Massimo Carlotto, Nordest è il più politico. Non è una novità che, in lui più ancora dei suoi colleghi, il noir sia inteso come controinformazione, ma in queste duecento pagine, scritte con lo sceneggiatore Marco Videtta e subito balzate ai primi posti delle classifiche di vendita, a interessare non è tanto l’intreccio narrativo, pure bene oliato come al solito, ma la denuncia. E non è un fatto nuovo che, in Carlotto, il nordest sia il più grande laboratorio criminale d’Europa; in Nessuna cortesia all’uscita, terzo episodio della serie dell’Alligatore, aveva rivelato i meccanismi di una mafia del Brenta al crepuscolo, in Arrivederci amore, ciao non si era esentato dal descrivere minuziosamente l’ascesa inarrestabile di un uomo senza morale. Qui, però, non esiste propriamente un protagonista singolo, in cui cercare (a fatica) un briciolo di umanità, come il Silvano Contin pre-vendetta de L’oscura immensità della morte. Certo, c’è Francesco Visentin, che in questa «Buddenbrook noir» - come qualcuno l’ha chiamata – impersona da un lato il figlio “buono” che deve scegliere tra verità e normalità, dall’altro il topos carlottiano del condannato per sbaglio, sottolineatura di una giustizia di per sé inattendibile, come ribadiscono anche le sottostorie di Alvise e Lucio. E c’è pure una trama “gialla”, sulla quale è doveroso glissare per non rovinarne la resa, ispirata a fatti reali. C’è un omicidio, quello di Giovanna, e c’è il finale più a sorpresa nel curriculum di Carlotto. E’ un libro che funziona anche narrativamente, non solo politicamente, e va sottolineato: regge dall’inizio alla fine, funziona. Eppure, mai come in Nordest il protagonista è palesemente inumano, collettivo. Geografico, a partire dal titolo. E’ una terra opulenta e immorale, con il cavalcavia di Mestre snodo del commerciale illegale più importante d’Italia e l’estinzione di una vecchia malavita quasi da rimpiangere, spazzata via – come Beniamino Rossini nell’Alligatore – da una criminalità più spietata, eterogenea e meno codificabile. Carlotto ha rivelato che lui e Videtta, prima di scrivere il libro, hanno brucato per tre anni ogni articolo di economia italiana, e si vede. La volontà di fotografare una società allo sbando è evidente. Carlotto non è mai stato un autore edificante, già ne La verità dell’Alligatore si dilungava sul fastidio estetico che i due protagonisti provavano non per avere appena ucciso due uomini, ma per essersi sporcati le scarpe nel farlo. Ogni suo romanzo è deliberatamente fastidioso, sgradevole (ma non cinico). Se nel monologo Niente più niente al mondo aveva mostrato la distruzione interna di una famiglia-tipo povera, spostandosi per l’occasione a Torino, qui la cartina al tornasole è una famiglia-tipo ricca del nordest. La nuova generazione, più che fallire perché nata nell’opulenza, non è interessata né a consolidare né a dissipare, come accadeva in Thomas Mann, ma a scappare o rinunciare. Nessuno si salva, neanche le madri piangenti, men che meno i giornalisti locali. Carlotto e Videtta si muovono tra delocalizzazioni in terre rumene e nebbie lattiginose. Lucidi, asciutti. Impietosi.