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L'epopea reggae di due gemellini rasta in Emilia

Autore: Simona Maggiorelli
Testata: Terra
Data: 6 giugno 2009

Letteratura migrante In larga parte autobiografico, Due volte è un travolgente romanzo di formazione di due bambini di colore in fuga da un orfanotrofio delle suore. Scanzonato, ironico, ma soprattutto ad alto tasso di poesia

Dreadlock da rasta sono il loro orgoglio. Ma sono anche il bersaglio preferito delle forbici delle suore. Perché «portare i capelli lunghi fino alla scuola è da bambine». Ma i due gemellini, David e Daniel, non si arrendono facilmente. E, fra fughe da messa e cotte da paura, nell’orfanotrofio emiliano dove sono stati lasciati costruiscono tutto un loro mondo di giochi e di fantasia che procede al ritmo contagioso della musica reggae. Un mondo dove i colori della bandiera giamaicana diventano “scudo magico” contro la tristezza dell’abbandono e antidoto allo squallore di camerate di luci e neon e crocifissi. Non che il dolore non abiti il loro mondo.

Ma i due irresistibili ragazzini protagonisti del romanzo Due volte (edizioni e/o) sanno come tenerlo a bada raccontando storie e inventandosi sempre nuove avventure. Da soli o con i robot comprati di nascosto e subito sequestrati dalle suore. Ingaggiando proverbiali partite di calcio o immaginando rocamboleschi piani di fuga. Fino a quando nel mondo di Daniel entra quella bambina dagli occhi dolci e tristi che trema al pensiero di dover trovare a casa, “dall’orco”. Dietro le mura di casa di Agata si avverte una voragine di violenza, una tragica vicenda di abusi che lo scrittore Jadelin Mabiala Gangbo ci fa cogliere in tutta la sua tragicità attraverso linguaggio potente delle fiabe, affidandoci allo sguardo del piccolo Daniel e di Agata, che non hanno perso la tenerezza.

E’ il piccolo grande miracolo di questo sorprendente libro scritto per immagini, poetico, ironico, disarmante. Di fatto un romanzo di formazione in senso classico, ma anche un picaresco spaccato di vita in provincia. Come suo fratello gemello, Gangbo la provincia nostrana l’ha conosciuta sulla pelle e oggi racconta: «Due volte si basa su esperienze autobiografiche. Io e mio fratello siamo nati in Benin ma siamo cresciuti fra Imola e Bologna». E anche se l’Emilia Romagna, fino agli anni 80 e 90, è stata fra le più culturalmente vive «non mancano le chiusure verso gli stranieri. Colpisce – sottolinea Gangbo – il modo in cui i giornali parlano degli stranieri. I media continuano a trasmetterne un’immagine distorta. Non parlano dello straniero che fa una vita normale, studia, lavora. Si parla dello straniero come criminale o come clandestino, con i soliti esperti italiani chiamati a rapporto per commentare casi drammatici. Insomma – conclude Gangbo – in Italia c’è una precisa volontà di occultamento della realtà dello straniero. Una tendenza che ha messo radici. E che non si può ignorare: si continua a negare la presenza di nuovi italiani».

Gangbo da qualche tempo vive a Londra e nel formulare il suo pensiero mette a confronto due mondi: «In Inghilterra la riflessione sul multiculturalismo è molto avanzata. I media, gli intellettuali ma anche le persone mediamente colte non si sognerebbero mai di dire cose razziste. Vige il politically correct, anche se poi la tensione fra neri e bianchi in certi quartieri si avverte chiaramente». Il fenomeno della letteratura inglese scritta da immigrati, però, da decenni è non solo accettata, ma in cima alle classifiche. Basta pensare al caso Kureishi o a quello di Zadie Smith. Anche in Italia – il caso dello stesso Gangbo ne è la riprova – immigrati e figli di immigrati, oppure stranieri che hanno scelto di scrivere nella lingua di Dante, stanno largamente contribuendo alla nuova letteratura italiana, ma il fenomeno dal punto di vista dell’attenzione del pubblico resta ancora sotto traccia. «Manca ancora – chiosa Gangbo – la consapevolezza della piega nuova che potrebbero prendere la letteratura, il cinema, la musica se venisse accettata la mescolanza fra culture diverse».