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Anche nell'orfanotrofio c'è un'altra possibiltà

Autore: Cinzia Fiori
Testata: Il Corriere della Sera
Data: 16 giugno 2009

L'esilio dall'Africa, l'abbandono in collegio a Imola: il volume autobiografico di Mabiala Gangbo

In orfanotrofio non bisogna affezionarsi. Su questo Daniel ha le idee chiare. Per lui, che ha dieci anni e viene dal Benin, i nuovi arrivati sono «dei bambini a forma di punto interrogativo». Pensa che sia meglio aspettare prima di fare amicizia. Sa che un giorno potrebbero andarsene, venire adottati, spostati d’istituto. Allora, esclusi dalla sua vita, tornerebbero ad essere dei punti interrogativi. Jadelin Maiala Gangbo, giunto al quarto romanzo, si concede l’autobiografia on onore a un sentimento di solidarietà verso i suoi compagni di camerata. Come Daniel è cresciuto in un orfanotrofio a Imola insieme al suo gemello. Nato in Congo nel 1976, è stato abbandonato in Italia dai genitori africani quando aveva quattro anni. Con un tuffo nel passato, in Due volte (e/o, pagine 267, € 16) ricrea il linguaggio e i pensieri ingenui di un bambino di dieci anni. E’ il piccolo Daniel, infatti, che narra in soggettiva la storia di un anno cruciale per lui e per il suo gemello.

L’educazione alla vita per Daniel e David passa per regole tacite della comunità. In mancanza di interlocutori fidati, l’autosufficienza è una necessità, anche di fronte a domande importanti come quelle sull’amore e sulla morte. La convivenza con compagni che provengono da esperienze drammatiche dà loro lezioni di tolleranza e apertura. Trattano con naturalezza Gio Gio Mai Contento, che ha il torace marchiato dalle bruciature di sigarette infertagli dalla madre, e Pasquale che è ribelle a ogni legge degli adulti e dei ragazzi per via dell’orgoglio imparato lavorando con la camorra, e Agata che è stata stuprata dallo zio ed è l’amore infantile di Daniel. «In collegio si scopre presto che il male è parte della condizione umana. S’impara a far fronte ai fallimenti, agli insulti, agli abbandoni, ai rifiuti. Si cresce prima, insomma. Ma la mancanza di una casa, di un punto di riferimento più solido di una camerata con venti compagni, crea insicurezze che portano spesso a reazioni di chiusura, quando non di aggressività». Anche Daniel avrà il suo fuoco d’ira quando Agata verrà allontanata.

La scelta di impiegare la voce di un bambino pone dei limiti all’invenzione linguistica, caratteristica più marcata nei precedenti romanzi di Maiala Gangbo. Il racconto procede per stacchi, con scene che si succedono come in un film. La narrazione, fitta di dialoghi efficaci, è affidata a una prosa decisamente espressiva. L’autore confessa una passione per la fonetica: «Gli scrittori italiani che conosco non hanno dubbi sul concetto di lingua. Per me è motivo di riflessione. Nonostante sia arrivato in Italia a quattro anni, nello scrivere sono sempre cosciente del fatto che in me esistono sue lingue. E, se ne esistono due, potrebbe essercene una terza, una quarta. Questo mi spinge a ricercare nuovi modi di usare l’italiano, è un invito a sperimentare per reinventarlo. Medito sui suoni, sul loro potere e così finisco per prestare loro grande attenzione quasi più che al significato delle parole. La lingua in fondo, è una convenzione, i suoni sono universali».