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Il rumore di fondo del cuore nero

Autore: Piersandro Pallavicini
Testata: Tuttolibri - La Stampa
Data: 20 giugno 2009

Scrittore meticcio mischia l'Africa e l'Italia, senza stereotipi

Sami Tchak, intellettuale e scrittore togolese, in un suo recente saggio scrive senza giri di parole che l’africano vede i bianchi come una bolgia di perversi peccatori: perché l’Occidente, l’Europa, ha abbandonato il sacro a favore del profano e, senza regole, si dà alla caccia del mero piacere e del profitto. Questa stessa idea dei bianchi sembra essere la remota fonte di energia che fa pulsare il «cuore nero» di Daniel e David. Dieci anni, gemelli nati in Benin, i due sono alloggiati in un collegio per orfani e bimbi problematici, dove sono accuditi da suore e obiettori, e frequentano intanto la vicina scuola elementare. Il «cuore nero» è un secondo cure, un organo immaginario, nucleo del loro retaggio africano, che stando ai racconti del padre (incrcerato e scomparso) si dovrà attivare in concomitanza con l’inizio della distruzione di Babilonia. E cioè del luogo dove «noi siamo tutti in esilio. Ma che i suoi confini non li vedi», e il cui modo di dominarti «è di farti schiavo delle tue paure». Insomma l’Italia, l’Occidente. Il mondo dei bianchi, appunto. Questa mistica ribellistica, ingenua quanto può esserlo nell’immaginario di una coppia d bambini, fa da quotidiano sottofondo alla vita di David e Daniel. È un’eco distante, che svolge saltuaria funzione di unità di misura per le azioni e i pensieri. Questo è il tocco di genio di Jadelin Maiala Gangbo, scrittore congolese e oggi cittadino italiano, già autore di due romanzi scritti nella nostra lingua: la distanza, la sordina.

Tocco di genio che sta cioè nel costringere in questo rumore di fondo lontano l’africanità dei due gemelli, evitando così di cadere nei luoghi comuni di chi si iscrive alla nicchia, forse utile ma militante, di scrittore migrante. In altre parole, finalmente una storia scritta in italiano da uno scrittore semplicemente meticcio, per il quale Africa e Italia si mescolano e confondono in un continuum, e non sono più mondi di cui c’è bisogno di sottolineare le differenze, con corredo di razzismi e pregiudizi declinati in storie di migrazione. Arriva così il via libera, in du volte, per la toccante, poetica vicenda dei due gemelli. Contano, nei romanzi, l’amore che li lega e che sfiora il mistico, e le amicizie vissute dentro quel mondo a parte che è il collegio. Contano gli altri bambini dell’istituto, problematici, disturbati, eppure infinitamente teneri, sempre in bilico tra un affetto reciproco da grande famiglia e lo scontro. È bravo Gangbo ad accennare appena a un gergo, a creare l’eco di una parlata «da collegio», che rende con grazia e credibilità l’animo circospetto di questi bambini. È bravo a tessere trame che intrecciano desiderio di fuga con bisogno di appartenenza, amori puri e candidi con squallide iniziazioni sessuali, il paternalismo dei potenziali genitori adottivi con lo schietto amore pragmatico delle suore. E se David dice cose come «Gesù Cristo è stato venduto, hanno venduto i suoi diritti in Europa e gli hanno fatto la pelle bianca e gli occhi azzurri» alla fine al lettore rimane in testa, cento volte più intensa, la sequenza gioiosa e straziante di quando un Subbuteo arriva a sorpresa in collegio e cominciano giorni esilaranti di sfide tra bambini.