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Prigioniero dei Taliban

Autore: Dario Olivero
Testata: la Repubblica.it
Data: 16 settembre 2009

Quando i Taliban hanno rapito Daniele Mastrogiacomo, inviato di Repubblica in Afghanistan, eravamo tutti qui, al giornale. A fare il nostro lavoro come lui stava facendo il suo. I Taliban lo accusarono di essere una spia, un pretesto per rendere credibile ciò che non era altro che un sequestro di persona a scopo di estorsione. Daniele era andato per intervistare un comandante taliban, per raccontare una guerra che si conosceva solo da Kabul, una guerra complicata, una guerra sporca e asimmetrica come l’aveva definita il presidente Usa Bush. Daniele voleva raccontare il punto di vista degli altri, dei cattivi, degli studenti di Dio, degli uomini che vivono senza musica, senza sesso, senza alcol, senza tabacco, senza libri tranne uno, imparato a memoria e modello di una società che vorrebbero ferma e immobile in un Medioevo fuori dalla storia. Quando Daniele fu liberato noi eravamo tutti qui, al giornale, ad aspettarlo. Pronti a cogliere nel suo sguardo, nel suo modo di parlare, di muoversi i segni. Di quindici giorni di prigionia, di viaggi sballottato sul cassone di un pickup con i polsi sempre legati, di torture, ferite e minacce continue di morte, dell’assassinio dei due suoi compagni di prigionia, di quanto avvenuto dopo la sua liberazione. Difficile trovare quei segni, Daniele è per natura portato verso la luce, non verso il buio.

Ora quello che doveva dire l’ha scritto in un libro, I giorni della paura (e/o edizioni, 16 euro). Incomincia come un reportage, è scritto come un reportage e finisce come un reportage. Perché Daniele è un giornalista e nient’altro che questo. Eppure non è soltanto un reportage. E’ un viaggio verso il confine delle cose. Gli sguardi felici di ragazzi poco più che ventenni, ma già soldati votati al sacrificio in nome di Allah. Le sottili astuzie psicologiche di interrogatori che planano sempre verso la religione, la verità, il modo di vivere degli infedeli. Uomini che vanno, uomini che vengono, uomini che tengono i fili di una scena che forse nessuno riuscirà mai a chiarire. I segnali che un uomo in trappola cerca di cogliere all’alba, quando un uccello si posa sulla finestra di una prigione di fango e paglia. Il cielo dell’Afghanistan sotto il quale si agitano gli affanni di uomini perennemente in guerra. Le sigarette, il tè e il corpo che riesce ad adattarsi a tutto in poco tempo, che prende in mano la situazione e comanda al cuore e all’anima di sopravvivere. E nel buio solcato da tracce di umanità da niente, umanità da soldati, la speranza, nel momento più forte del libro che prende il nome di una bambina mai nata ma che ha salvato padre e madre. Daniele dice che ha scritto un libro “conradiano”, ma non si sa mai quando dice le cose sul serio o quando scherza. Forse non scherza.