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La casalinga inquieta dell'Italia normale

Autore: Giorgio Pisano
Testata: L'Unione Sarda
Data: 11 novembre 2008

Felice e ignorante, la casalinga di Voghera non è più la bandiera dell'Italia che campa. Al suo posto, avviso per l'Istat, entra di prepotenza un'altra casalinga. Stavolta di Torino, cintura industriale del Nord ma può essere periferia qualunque, resti sparsi del mondo libero. L'ha disegnata Massimo Carlotto, cucendole addosso un monologo che è insieme requisitoria e confessione. Irresistibile. Niente, più niente al mondo (edizioni e/o, 69 pagine, sette euro) è lo sfogo di una donna sposata a un operaio Fiat in mobilità, casa in affitto e una figlia di vent'anni che non sogna affatto di diventare velina, fa serenamente la pony express. E se ne fotte: si fidanza con un ragazzo marocchino, canna che è una meraviglia, vive integrata nella prateria di condomini scala E, palazzo C, interno 125.

La mamma, giustamente, si dispera: "Poteva andare dalla De Filippi, prendere contatto con qualche agenzia. Se non ne approfitti adesso che sei giovane niente più niente al mondo servirà a cambiarti il destino". Il pericolo, insomma, è che faccia la sua fine: assediata dalla filosofia del risparmio, impegnata a tempo pieno a raffrontare il prezzo delle ali di pollo da un supermercato all'altro, paralizzata da un reddito infame che non permette di sognare. Una via d'uscita, stretta e disperante, c'è: il vermouth. Che dà una mano, tira su, serve a non odiare troppo un marito che non la diverte nemmeno a letto, a detestare una figlia che sul diario scrive: mia madre è una stronza.

Quando non esagera col bicchiere e riesce a vedere oltre il purgatorio quotidiano, la casalinga di Torino riflette con intelligenza: i soldi non faranno la felicità (basta vedere cos'è accaduto a Romina e Al Bano, Pippo e Katia) ma hanno un grande pregio: aiutano a non pensare ai soldi. Aiutano, per esempio, a scappare da una vita che vita non è. Anche se, a dire il vero, non le sembra una gran vita nemmeno quella delle signore dove va a servizio: tutte uguali, stessa crema antirughe da cento euro, tennis e palestra, abiti firmati e corna. In compenso loro non cascano negli imbroglietti da discount, nell'offerta di otto scatolette a soli 4,20 euro. "Mica è tonno, quello". "Ah, non è tonno? E cos'è?". "Squalo". "Squalo?".

Niente più niente al mondo, verso celebre di una canzone celeberrima (Il cielo in una stanza), le ritorna ossessivamente in mente, unica eredità culturale di una peggio gioventù senza difese e piena di speranze. "Allora pensavo di avere un futuro, di potermi giocare la vita. Ero giovane. Invece in ventidue anni 'sto cazzo di cielo non l'ho mai visto". A differenza del Marcovaldo che si ribella lanciando pietre contro le insegne luminose (fiaccole dell'italico boom), la casalinga di Torino non ha una rivoluzione interiore, un refolino di quella che un tempo lontanissimo si chiamava lotta di classe. Niente di tutto questo.

Ce l'ha con gli extracomunitari perché portano via il lavoro a disgraziati come lei, ce l'ha con la Fiat che ha liquidato il marito: ammesso che questa possa essere una rivolta, è rivolta confusa, triste. I suoi editori di riferimento sono altri: i discount e la tivù, vene aurifere dove scopre i suoi tesori, risparmio ed eroi a buon mercato. A differenza del piccolo borghese americano raccontato da Fernanda Pivano nella introduzione a Juke box all'idrogeno, la nostra casalinga non pensa affatto che il suo sia il migliore dei mondi possibili. Anzi. È rabbiosa senza la classe e l'arguzia di una madame Bovary: rabbiosa per quello che non ha e che vorrebbe, per quel marito che non serve a niente, per quella figlia che si butta via anziché industriarsi.

Ha dunque tutti gli ingredienti per finire nelle mani di Massimo Carlotto, premiato chef del noir, che la lavora come pasta da lievito fino a dare un senso allo strano sottotitolo del libro: monologo per un delitto. Un delitto? Proprio così, con tanto di cadavere da mostrare in televisione. Già si immagina la nostra casalinga davanti ai microfoni: "Devo dire che siamo una famiglia felice. No, felice è troppo. Non ci crederebbe nessuno. Dirò che è normale".

Appunto: drammaticamente normale, tipicamente italiana. Insomma una di quelle famiglie imprevedibili dove ogni tanto avviene una strage che non ti aspettavi. Quieti sanguinari.