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Autore: Maria Agostinelli
Testata: Rai Libro
Data: 29 novembre 2004

Tra il romanzo, il resoconto etnografico e l'indagine sociale, una storia brevissima e fulminante che non concede scampo. L'ultimo libro di Massimo Carlotto: "Niente più niente al mondo".

“Il Giallo? E’ racconto sociale.” Questa l’intenzione, la convinzione di Massimo Carlotto, che di gialli ne ha scritti. Ma gialli particolarissimi, dove il detective – nel suo caso l’Alligatore – si rivela strumento d’indagine per sondare i labili confini tra legalità e illegalità, pena e espiazione, innocenza e colpevolezza. Chi sono, oggi, i protagonisti dell’eterna lotta tra bene e male? Come riuscire a riconoscerli? In che modo stabilire qualche certezza sui crimini che hanno afflitto e affliggono il Belpaese? Carlotto ha scelto la via della scrittura giallistica per comprendere questa società in evoluzione. Una ricerca che con il suo ultimo libro raggiunge il picco massimo di schiettezza e di rigore.

Niente, più niente al mondo: appena 68 pagine di scrittura scarna e diretta. Quasi un racconto etnografico: non c’è detective, non c’è indagine se non quella dello stesso autore e di noi che leggiamo. C’è però un contesto, ossia la Torino post-operaia in cerca di un’altra identità. C’è un delitto. E c’è una voce, soprattutto, che nel finale viene raddoppiata dalle pagine di un diario. La voce è quella di una donna di 45 anni, domestica a ore. Racconta in prima persona la propria quotidianità, sempre uguale da anni e anni di matrimonio. Descrive la geografia del suo mondo attraverso i fantasiosi e allettanti nomi dei discount alimentari. Analizza con lucida e spietata consapevolezza la grigia fissità dell’esistenza di cui è vittima. Ripone le proprie speranze di riscatto nell’unica figlia.

Già, la figlia. È bellina, la ragazza. Potrebbe sfondare in televisione o nel cinema, se si cominciasse a muovere nella giusta direzione e desse retta alla madre. Ma lei non è interessata a questo genere di vita. Ha scelto di lavorare come pony express e di indossare jeans, maglioni sformati, scarpe da ginnastica. Un affronto. E un terrore. Il terrore di vedere la propria vecchiaia avanzare senza nessuna sicurezza. La madre – la nostra 45enne – è ormai infiacchita dal tentativo quotidiano di far quadrare i conti. Soldi non ce ne sono mai stati tanti. Sicuramente troppo pochi rispetto a quelli delle famiglie della Torino bene presso cui, settimana dopo settimana, va a lavorare. Troppo pochi rispetto alle vite incapsulate nello schermo televisivo. Troppo pochi perfino per andare in vacanza. La tragedia potrebbe essere evitata se la voce di questa donna trovasse ascolto, se i suoi pensieri non rimanessero ancorati ai modelli consumistici e se da qualche parte riuscisse a riconoscere un po’ d’amore. Ma è molto difficile guardarsi dall’esterno, ancora di più se non si hanno gli strumenti adatti. E il fato si compie.

Carlotto ci presenta i nostri poveri. Raccoglie la loro voce come Pasolini aveva fatto ai suoi tempi. Ma non c’è più grazia nella loro esistenza, e l’eco del mondo contadino è troppo debole per riuscire a formarne l’identità. Niente, più niente al mondo – citazione da Il cielo in una stanza - già dal titolo fa professione di nichilismo: non c’è affetto, non c’è tolleranza, non c’è speranza, non c’è lo Stato, non c’è più vita. Una denuncia che potrebbe sembrare anacronistica a quelli che abbracciano l’ipocrisia di un’Italia ormai definitivamente votata al benessere. Ma qualcuno ancora vive così, e il giallo sta tutto nel decidere se queste persone siano veramente colpevoli dei crimini che compiono.