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Recensione di «Donne a perdere»

Autore: Alessandra Anzivino
Testata: Milanonera.com
Data: 26 marzo 2010

Per viaggiare e vivere consapevolmente, vedere e non soltanto guardare il mondo, è necessario partire dalla realtà, coglierne gli aspetti disturbanti, calarsi nelle spirali del malessere che quotidianamente turba le persone che ci sono accanto.
Ledda, Auriemma, Troffa e Pulixi confezionano e danno alle stampe in questi giorni un prodotto editoriale innovativo, presentandoci tre romanzi riuniti in un unico volume e con una linea guida precisa: scandagliare il reale attraverso le dinamiche globalizzate del malaffare, leggi noir mediterraneo.

Donne a perdere è più di un titolo, appare come una strada comune sulla quale i quattro autori costruiscono le loro storie, rigorosamente frutto di inchieste circostanziate che si trasformano in dinamica e godibile fiction.
Il meccanismo narrativo condiviso dagli autori è quello di partire da una tematica generale di disagio sociale per raccontare storie piccole che di solito occupano esigui trafiletti sui quotidiani e sono invece violenti segnali di allarme inascoltati dalla maggior parte delle persone.

La spirale esistenziale raccontata da Michele Ledda nel suo Soluzioni Finanziarie è rappresentata dal groviglio di angosce e disorientamento subito dalle vittime dell’usura.
Un commerciante in crisi di liquidità è costretto a rivolgersi ad una società di credito molto particolare per rilanciare la propria attività.
Il segnale distintivo forte e originale di questa trama è il relazionarsi del protagonista alla ricerca disperata del mantenimento orgoglioso della propria posizione con il contorno affettivo e sociale in cui è immerso.
Donne soprattutto, che vivono situazioni di disagio legate all’affermazione e riconoscibilità in un ambiente molto competitivo dove non è ammesso il fallimento nemmeno se dovuto a sfortunate coincidenze finanziarie.
Sogna il riscatto dalla povertà la prostituta di alto livello Cinzia che frequenta il negozio del protagonista e intreccia una relazione con sua moglie anch’essa riluttante a sprofondare col marito nelle avversità di una vita ridimensionata dalla crisi.
Cerca riscatto il suo amico d’infanzia che lo indirizzerà verso gli strozzini e muoverà le fila del ricatto permanente rappresentato dalla restituzione sempre più ingente degli interessi.
Una brutta storia che irradia schegge impazzite che l’autore tiene egregiamente insieme con uno stile emotivamente partecipato ma che non indulge mai in giudizi morali spiccioli o fronzoli pietistici.

La doppia vita di due regolari è al centro del romanzo Sette giorni di Maestrale di Ciro Auriemma e Renato Troffa.
Il carattere peculiare di questa trama è un puntuale e lucido punto di osservazione di luoghi geografici diversi all’interno dei quali si muovono i protagonisti.
Daniele vive a Cagliari durante l’inverno, spendendosi tra partite a tennis con i colleghi e un’attività dirigenziale, Alessandra insegna, e si imbatte accidentalmente in Daniele nell’ufficio pubblico dove egli lavora.
Lui riconosce lei perché appartengono allo stesso mondo doppio.
Si apparta per spiarla e poi ritrovarla con i suoi segreti in tasca al momento giusto.
Sia Alessandra che Daniele hanno nei mesi estivi frequentazioni che hanno come teatro la costa Smeralda, i suoi rinomatissimi locali e un sottobosco di privè che vivono e proliferano grazie ad un particolare giro.
Un ambiente che attira la malavita russa che usa i locali con un doppio tornaconto, riciclare soldi e creare nuova ricchezza attraverso la prostituzione.
I due autori sono molto efficaci nell’operare un continuo ribaltamento di ruoli, i due protagonisti che sembrerebbero la parte più equivoca e negativa del romanzo ben presto si ritroveranno ad essere vittime inghiottite da un sottile gioco di equilibri malavitosi e di corruzione.
L’immagina festaiola e trasgressiva della Costa più famosa d’Italia è qui ricoperta da una spessa patina di malaffare che i due autori riescono a farci percepire con costante e travolgente continuità, esattamente come il vento di Maestrale che spira per tutto il romanzo.

Piergiorgi Pulixi infine racconta in Un amore sporco la storia tante volte suggerita, banalizzata è quasi mai approfondita dagli organi di informazione della schiavitù sessuale.
L’indifferenza e il pregiudizio generalizzati per queste donne costrette a prostituirsi contro la loro volontà è una degli aspetti più inaccettabili della percezione comune.
Pulixi esegue un fermo immagine efficacissimo con queste parole fatte pronunciare da un poliziotto ma che ben riassumono gli umori nazionali: “Troia. Molto probabilmente albanese. Forse rumena. Forse tossica”, commentò, “non voleva battere e i suoi pappa le hanno dato una lezione. Appena si rimette in piedi la rimandiamo a casa, nel suo cazzo di paese”.
Marcello è un infermiere dal passato difficile e con un background territoriale che lo fa essere al di sopra del giudizio dei benpensanti, travolto per amore dalla voglia di prendersi cura di Miriana e che si ritroverà al centro di vendette trasversali per il dominio incontrastato del mercato della prostituzione.
Un gelido, terribile sguardo all’educazione e all’annientamento delle schiave sessuali porta l’autore a descriverci un vortice di violenza che è necessario riconoscere e riportare nella sua esatta prospettiva all’attenzione di tutti.
Il ritorno nel quartiere del protagonista, il suo mischiarsi nuovamente con la sua gente ha forti echi nella poetica di Izzo, e Pulixi con questo straordinario omaggio, a mio veder,e ci vuole indicare quella è che è la grande lezione del noir mediterraneo: gettare nuova luce sulla realtà circostante, far cadere i pregiudizi, e combattere le logiche di dominio sulla donna da parte della malavita di tutte le etnie.

Tre romanzi adulti, scritti con spirito di appartenenza ad uno stile schietto e sempre onesto con il lettore, stili autonomi e maturi, ma indissolubilmente legati da un progetto.
Una scuola importante quella di Massimo Carlotto per i quattro autori, un’attenta condivisione del sapere e uno scambio continuo per realizzare quella sorta di risveglio sociale auspicato dal noir, quello di qualità quello che sa parlare con umiltà e cognizione di causa di ciò che ci circonda.