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Una colonia dorata per rentiers e mafiosi

Autore: Benedetto Vecchi
Testata: il manifesto
Data: 24 giugno 2010

Sardegna come infanzia, titolava Elio Vittorini un diario di viaggio che si proponeva di circumnavigare un’isola che i suoi abitanti non volevano considerare Italia. Un piccolo e prezioso romanzo, segnato da una prospettiva «continentale», all’interno della quale il tratto arcaico, quasi barbarico del suo interno non aveva nessun punto di contatto con le sue coste, già toccate da una voracità turistica predatoria che sarebbe esplosa poi decenni più tardi. Rispetto a questa visione «orientalista», il romanzo collettivo gemmato dal collettivo di scrittura «Mama Sabot» è tutta un’altra storia. Se Vittorini insisteva sul considerare la Sardegna come estrema periferia dello sviluppo economico italiano, le tre storie raccontate in questo volume indagano invece come la colonizzazione dell’isola abbia proceduto a tappe forzate, facendola diventare il luogo delle vacanze di finanzieri, palazzinari e di uomini e donne di spettacolo più o meno noti, mentre le fila del gioco le tirano le varie mafie fiorite nell’Est europeo dopo il crollo ignominioso del socialismo reale. Ma un po’ di ordine serve per capire la genealogia di questi tre noir.
Mama Sabot è un gruppo, collettivo di scrittura nutrito dall’idea che il noir possa riuscire laddove le scienze sociali falliscono: fornire cioè una analisi, lettura e interpretazioni sulle mutazioni della realtà sociale italiana. Il precedente illustre è Perdas de Fogu (pubblicato sempre da e/o), una storia maledetta di servitù militari, mafie internazionali e una Seconda repubblica dei partiti poco più corrotta della Prima. Ora, alcuni che hanno partecipato in vario titolo a quell’esperienza, hanno dato alle stampe queste tre storie maledette, introdotte preziosamente da Massimo Carlotto, che nel solco del primo romanzo continuano a riportare alla luce i lati oscuri di una realtà, quella sarda, che rischia di diventare una sorta di Cuba anni Cinquanta, cioè un bordello per i ricchi continentali in lingua italiana, ma anche slava, albanese e financo cinese.
Rispetto all’isola raccontata da Vittorini, la Sardegna di queste Donne a perdere non ha nessun punto di contatto. La colonizzazione è un fatto compiuto e per comprendere la realtà isolana, come oramai sottolineano alcune studiose che hanno lavorato sul rapporto tra narrativa locale e nazionale, servirebbe mettere al lavoro le riflessioni di Edward Said più che discettare sull’esistenza o meno di una letteratura sarda. Con una variante, la centralità della dimensione sociale e economica, rispetto al punto di vista postcoloniale di Said. Nella Sardegna contemporanea a farla da padrone è infatti l’intreccio tra capitale finanziario e criminalità organizzata. Non è un caso che il protagonista della prima storia (Soluzioni finanziarie, firmata da Michele Ledda) è un bancario in combutta con gli usurai, organizzati come una vera e propria banda criminale internazionale.
Il giovane in carriera nega le richieste di finanziamenti a commercianti e piccoli imprenditori, consigliandoli di mettersi in contatto con una finanziaria, che elargisce senza troppo problemi il denaro richiesto. Giorni dopo si presentano alcuni ceffi e fanno capire che quella cifre dovrà essere restituita decuplicata, altrimenti ci penserà qualcuno a far capire quali sono le nuove regole del gioco. Obiettivo, però, è di appropriarsi dell’attività commerciale o produttiva per riciclare i soldi sporchi dell’«Organizzazione». In un intreccio tra escort di lusso, militari in pensione e uomini strozzati dall’usura, la Sardegna di Soluzioni finanziarie non conosce possibilità di salvezza. Neanche la crisi dei subprime riesce ad allentare la morsa dell’usura organizzata. E se prima della crisi, le vittime erano commercianti e piccoli imprenditori, ora tocca a impiegati e operai essere strozzati dai «cravattari».
E se l’usura è la protagonista della prima storia, l’altra industria fiorente è la prostituzione. Nei Sette giorni di maestrale (firmata da Ciro Auriemma e Renato Troffa) il transito da Cagliari al distretto del loisir della Costa Smeralda è compiuto da un altro travet e da una maestra per frequentare locali alla moda, dove scambio di coppie, pratiche sadomaso e prostituzione sono gestite dalla mafia russa, che utilizza i profitti per investire in altrettanto lucrose speculazioni immobiliari. Mai mettersi sulla strada di ex-agenti del Kgb passati sul libro paga della mafia, perché alla fine del maestrale ti ritrovi dissanguato su uno squallido arenile.
La discesa negli inferi non poteva contemplare le schiavizzate sex workers albanesi. È questa la storia di Un amore sporco (firmata da Piergiorgio Pulixi), dove un infermiere si innamora di una schiava del sesso albanese. Lei sarà uccisa, lui ritornerà nel quartiere a rischio di Cagliari, dove protetto dall’amico di infanzia algerino proverà a vendicare l’amata. È la storia più noir della trilogia, con le personalità meglio tratteggiate e il ritmo più serrato. Ed è l’intreccio che spiega meglio il titolo della trilogia. Le Donne a perdere descritte sono certo vittime di un ordine sociale che le vuole subalterne a un patriarcato che per continuare a esercitare il suo potere deve mostrare il volto meno nobile, più feroce. Neppure i «buoni» ne escono bene. Infatti si ribellano all’ordine del discorso dominante solo perché le «loro donne» sono colpite duramente: per il resto potrebbero tranquillamente chiudere gli occhi e girare la testa da un’altra parte.
La violenza sulle donne fa da sfondo a tutte e tre le storie, quasi che sia l’anello che unisce il capitale finanziario alla criminalità organizzata. In ogni caso, ne esce fuori un affresco fosco della Sardegna. Massimo Carlotto, che ha coordinato il lavoro editoriale, non nasconde nella sua introduzione che con questa trilogia il puzzle del noir mediterraneo si è arricchito di un altro tassello. Non si può che essere d’accordo con lui. A patto però che le storie narrate riescano a mettere in mostra le articolazioni, le sfaccettature, i conflitti di una realtà che spesso è invece rappresentata tenendo ferma l’opacità delle situazioni narrate e da una certa staticità del contesto in cui si muovono i protagonisti. I «tre romanzi sabot» presentati in questo volume sono però tasselli. Non offrono cioè il mosaico definitivo. Per quello occorre macinare ancora storie, per quella «letteratura della realtà» di cui si sente sempre più bisogno.