Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Samina Ali: i confini incisi sulla pelle

Autore: Daniele Barbieri
Data: 19 agosto 2010

Una mattina uggiosa e piovosa  (come qualche giorno fa mentre scrivevo questa recensione) a Imola deve essere assai diversa da un «Giorno di pioggia a Madras» come titola il bel romanzo di Samina Ali pubblicato pochi mesi fa da edizioni e/o (384 pagine per 18 euri). Però da un po’ di tempo volevo parlare di questo libro e dunque ben venga il pretesto di una pioggia lontanissima parente.

«L’indomani mattina lui stese sul filo del bucato la pezza macchiata di rosso (…) bandiera bianca della resa di lei e della vittoria di lui». E’ una delle prime immagini forti del romanzo: distante anni-luce da molte/i giovani nell’Italia di oggi ma non estranea a chi, come me, ha il (triste?) privilegio dell’età e della memoria. Il lenzuolo esposto, dopo la prima notte, a comprova della verginità – chi andava a controllare poi se il sangue era umano o di pollo? – negli anni ’60, cioè quando io ero ragazzino, era obbligatorio ancora in mezza Italia .

Layla – che significa “oscurità” – è una giovane indiana ma appartiene alla minoranza musulmana; passa metà vita negli Usa e metà in patria, estranea lì e straniera qui. «L’idea era che abitassi in America senza lasciarmi abitare da lei. Così volevano i miei genitori». Qualcosa di simile accade ai suoi: «Dopo 20 anni all’estero, per mia madre e mio padre la patria era l’America (…) Ciò nonostante avevano intenzione di ritirarsi a vivere in India. Il che equivaleva a dire che per loro nascita e morte avvenivano in India; ma non la vita». Il padre sembra prendere il meglio (in senso egoistico: ciò che gli fa comodo come maschio padrone) delle due culture; la madre subisce il peggio dei due mondi. Con molte complicazioni interculturali ma… all’interno dei rapporti di forza storicamente dati.

La ragazza per suo padre è un impiccio, un fantasma, al meglio una pratica da sbrigare ma anche un oggetto su cui scaricare la sua violenza; per la madre Layla non è persona, carne concreta e pensieri autonomi ma solo una vendetta, un possibile riscatto.

Deve sposarsi Layla o meglio subire un matrimonio combinato, è scritto. Per quanto si opponga, alla fine cedere sembra il male minore. Sembra appunto: perchè il romanzo riserva molte sorprese. E anche se chi legge intuisce quasi subito il segreto del marito (gli indizi sono tanti, almeno ai nostri “smaliziati” occhi occidentali) qui non interessa la risoluzione del mistero ma se/come Layla potrà salvarsi dall’infernale vita di tante altre donne. Si innamora persino del marito – «io posso convincermi di qualsiasi cosa» confesserà più a se stessa che a lui – e a un certo punto si sente in colpa verso l’uomo; quasi pensa che in fondo annullarsi in un matrimonio non sia la sorte peggiore. Dovrà ricredersi del tutto. Fare i conti con «ciò che tutti noialtri ci rifiutavamo di credere». E’ dura. «Amore. Perchè confondevamo quel sentimento senza capire che in realtà era una solitudine disperata, la brama di una carezza umana?».

Le nozze avvengono il 4 luglio, una data che – pensa Layla – è molto americana. Del resto correre negli Usa è quel che più interessa al neo-marito Samir. In fin dei conti… è bello, anticonformista, che importa se zoppica un pochino? I domestici sono «scarafaggi» (pensa Layla) che vivono «del luridume delle nostre vite» mentre i parenti spuntano fuori all’improvviso come «la testa di un cobra». Ma forse loro due si possono salvare. Insieme?

Solo lottando e soffrendo Layla saprà aprirsi un piccolo spiraglio di speranza. Fugge dall’India nascosta da un chador che paradossalmente la protegge. Finalmente lì sotto – è l’ultima frase del romanzo – «un corpo che apparteneva solo a me».

Quasi alla fine irrompe nelle pagine la tragedia politico-religiosa dell’India che nel resto del libro solo alla lontana incombe sui personaggi. E una mezza pagina di rara intensità “bastona” simbolicamente quei fratelli islamici che, in versione ricchi sceicchi, «ci considerano dei servi, alla stregua dei più fanatici indù (…) Perciò gli uomini devono partire da soli e abitare con altri uomini in alloggi separati da quelli dei locali. Come se fossero contaminati». Il romanzo solo di rado si aggancia al gran mondo esterno; gioca soprattutto sulla storia d’amore (o meglio di totale non amore) e sulla figura di una donna spezzata. Almeno in parte è auto-biografico, come ci avvisa la terza di copertina: Samina Ali, qui al suo esordio, è davvero cresciuta fra l’India e gli Usa. Verso la fine del libro, Layla dirà di sè: «Non sono tutta indiana (…)  Mi sembrava che l’unico modo per eliminare ogni confine fosse iniziare da quelli che mi erano stati incisi sulla pelle e mi avevano divisa in due». Confini e muri culturali sono più solidi dell’acciaio, buttarli giù è davvero impresa tosta.

Andando su una breve digressione personale, confesso: so pochissimo del subcontinente indiano. Come letture, Tagore (quand’ero molto piccolo) e negli ultimi due decenni grande, permanente innamoramento prima per Vandana Shiva e poi per l’Arundhati Roy saggista, giornalista e militante. Solo occasionalmente ho incontrato  scrittori e scrittrici (diaspora compresa) dell’oggi : in pratica quasi solo il perseguitato Rushdie. Sul comodino mi aspetta Amitav Ghosh: so che «Mare di papaveri» mi affascinerà ma esito a iniziarlo sul serio, spaventato dalla mole (540 pagine). So che di molte/i della “vecchia” generazione– come Raja Rao – è persino difficile trovare traduzioni italiane; per fortuna venendo agli autori e soprattutto alle autrici di oggi la situazione (grazie soprattuto a e/o e a Giunti) è invece migliorata.

Passando dall’India al vicino Pakistan –  paragone solo per alcuni aspetti proponibile – l’invito di Bianca Menichelli, qualche giorno fa sul blog, a leggere Kamila Shamsie mi fece ricordare  che anni fa «Sale e zafferano» mi aveva entusiasmato. Mi piacerebbe che qualcuna/o mi consigliasse altre letture (e visioni filmiche?) e mgari m’aiutasse a tirare un filo o due.  Forse può interessare chi passa da questo blog.