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Mondi arabi in traduzione

Autore: Francesca Corrao
Testata: Il Manifesto
Data: 25 aprile 2006

«Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio» dell'algerino Amara Lakhous, edito da e/o, « Calila e Dimma» dell'iraniano Kader Abdolah per Iperborea, «L'altro volto» dell'iracheno Fu'ad al-Takarli, Jouvence. «Il lato oscuro dell'amore» del siriano Rafik Schami pubblicato da Garzanti

Sin dai tempi di Jubran Khalil Jubran, gli intellettuali arabi della diaspora, pur vivendo in paesi lontani, hanno dato un grande contributo allo sviluppo della loro cultura. Già nei primi decenni del ventesimo secolo, quando i luoghi di emigrazione privilegiati erano soprattutto le due Americhe, i gruppi di scrittori e poeti che vi si stabilirono diedero vita ad associazioni letterarie, riviste e giornali culturali. E anche in Europa, dove l'afflusso di emigrati dal Medioriente si è intensificato a partire dagli anni Settanta, la maggioranza degli scrittori arabi, turchi e persiani (e in particolare degli autori che, spesso scontrandosi con l'indifferenza della grande editoria, hanno continuato a scrivere nelle lingue d'origine) ha mantenuto un legame con i circoli letterari dei paesi di provenienza.

Negli ultimi venti anni, però, la situazione è cambiata. Se da un lato le distanze si sono accorciate grazie alla diffusione di internet e delle televisioni satellitari che consentono un contatto continuo con i problemi e la vita quotidiana dei paesi d'origine, dall'altro è emerso un gruppo di giovani autori che, spesso giunti in Europa in cerca di una maggiore libertà di espressione, appaiono decisi a farsi conoscere da un pubblico più ampio e a superare le barriere linguistiche. Ne è un esempio fra gli altri il trentacinquenne algerino Amara Lakhous, arrivato in Italia nel 1995 e autore di un romanzo appena pubblicato da e/o, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (pp. 192, euro 12), in cui la satira di costume si fonde con il genere giallo sullo sfondo del più multietnico dei quartieri romani. Scritto inizialmente in arabo (e pubblicato ad Algeri nel 2003 con il titolo Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda), il libro è stato poi ritradotto, o meglio riscritto, da Lakhous in italiano. Come in altre opere di autori immigrati, anche in questo testo - caratterizzato da uno stile assai fresco, fortemente influenzato dalla scrittura giornalistica - si avverte il disagio di chi arriva in un paese pieno di contraddizioni come il nostro, a volte accogliente, e più spesso disorganizzato e ostile. Così, il racconto dell'autore si lascia afferrare soprattutto dal presente, dalle mille piccole storie che si intrecciano all'interno di un mondo ancora non del tutto esplorato, dove ci si sente insieme estranei e locali.

Vivere al di fuori della propria comunità di origine non è infatti semplice, come di recente ha sottolineato lo scrittore iracheno Fu'ad al-Takarli, intervenuto a Galassia Gutenberg per presentare il suo romanzo L'altro volto, pubblicato da Jouvence nella traduzione di Sara Triulzi (pp. 120, euro 12). Forse anche per questo altri autori mediorientali della diaspora preferiscono ambientare le loro narrazioni nel passato (anche remoto) dei loro paesi di provenienza, pur utilizzando - spesso con grande sapienza - la lingua d'adozione. È questo il caso di Calila e Dimna dell'iraniano (trapiantato in Olanda) Kader Abdolah, che è stato recentemente proposto da Iperborea per le cure di Elisabetta Svaluto Moreolo (pp. 264, euro 14,50). Già autore del fortunato Scrittura cuneiforme, Abdolah ha rielaborato in questo nuovo volume un libro di racconti medievali di matrice indiana, scritti per educare il principe a regnare virtuosamente: si tratta dello stesso libro che dieci secoli fa a Baghdad il persiano Ibn al-Muqaffa' aveva tradotto in arabo per far conoscere ai nuovi conquistatori musulmani l'antica grandezza del pensiero del suo popolo, sottomesso ma orgoglioso della propria cultura (la versione araba è stata proposta in italiano nel 1991 da Andrea Borruso e Mirella Cassarino con il titolo Il libro di Kalila e Dimna per i tipi di Salerno). Allo stesso modo, proponendo oggi in una nuova lingua questo classico della letteratura persiana, Abdolah sembra voler ricordare all'occidente l'altra faccia della sua antica civiltà nel tentativo di mitigare i messaggi negativi degli stereotipi trasmessi dai media.

Anche il siriano Rafik Schami, che da diversi anni vive in Germania, offre nell'ampio romanzo Il lato oscuro dell'amore - uscito per Garzanti nella traduzione di Rossella Zeni (pp. 847, euro 22) - uno straordinario viaggio nel passato ricco e complesso del suo paese. Utilizzando come cornice narrativa le travagliate vicende di una famiglia siriana dal tempo della decadenza ottomana sin quasi ai giorni nostri, Schami inanella una serie di racconti che si incastrano come tessere di un mosaico, vago ricordo delle Mille e una Notte, per descrivere i difficili rapporti con un potere patriarcale e spesso autoritario e al tempo stesso per mettere in luce l'emergere di una straordinaria classe intellettuale che è stata capace di affrancarsi, in meno di un secolo, dalla cultura medioevale e dal giogo coloniale.