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Strategie della prossimità

Autore: Francesca Franco
Testata: Terra News
Data: 25 ottobre 2010

Un’intimità fluida, labile, permeabile, che meglio risponde alle esigenze di una soggettività intenta a scambiare informazioni e punti di vista, a cercare confronti e rapporti d’affinità anche condividendo una privacy a portata di mouse. Come fanno gli Starting Line, registrando le tracce del loro EP nelle camere da letto dei musicisti Bob Jones e Ken Vasoli. Per il filosofo Jacques Derrida l’autentica ospitalità può essere solo indiscriminata, ossia scaturire da un atto soggettivo e privato. Atto rivestito in tempi antichi di sacralità, ma oggi diventato tanto costoso da perdere il suo originario valore, rileva con rammarico uno dei protagonisti dell’ultimo romanzo di Amara Lakhous, Divorzio all’islamica a viale Marconi (E/O): perché «lo Stato pretende di sapere chi dorme a casa tua».
 
Accade così che, in un mondo drammaticamente segnato, dopo l’11/9, dalla paura dello straniero venuto da fuori, milioni di persone di ogni ceto ed età, rintanati nella sicurezza relativa di casa propria, accumulino sul facebook o twitter centinaia di contatti virtuali; accanitamente richiedano e accettino l’amicizia anche di gente del tutto sconosciuta. L’imporsi di questa nuova socialità spinge ad archiviare la nozione tradizionalistica di “identità”, ma richiede anche di superare la totale abdicazione di essa compiuta dal relativismo, utile nella sua codardia solo a impedire una ricerca laica e scientifica su quello che è l’invisibile e il non ancora conosciuto della realtà umana, lasciando campo aperto a dogmatiche false verità. Una soluzione possibile a tale dilemma la offre lo stesso scrittore algerino, che lega l’idea di “appartenenza” non ad astratte questioni di razza, nazione, religione o sangue, ma alla ben più concreta questione della lingua, nella quale identifica «il luogo dove ci sentiamo a casa».
 
Da questa letteratura migrante - che spesso narra di architetti di professione e pizzaioli per necessità - sembra provenire la serie di uomini in resina epossidica del belga Philip Aguirre y Otegui (Schoten, 1961). Man with Plates nasconde dietro le sue forme pulite un intento specificamente politico, volto a indagare ma anche a raccontare i mille modi in cui quotidianamente si dispiega l’umana abilità alla sopravvivenza, quando partire è sinonimo di sradicamento, difficoltà o umiliazione, e non di fenomeno culturale, ossia non si trasforma in un incontro tra culture diverse in cui la comprensione dell’altro diviene occasione per una conoscenza nuova di sé. L’irrompere di questa alterità destrutturante nel Vecchio continente (oggi in crisi economica e d’identità) è al centro della ricerca di Kader Attia (Dugny, Seine-Saint-Denis, 1970). Nato nelle banlieue di Parigi ma d’origine algerina, Attia s’interessa alle dinamiche che regolano i rapporti tra Sud e Nord del mondo e, in particolare, tra Europa e immigrazione, tra modernità e tradizione, a partire dalla pluralità del proprio patrimonio culturale, che unisce cultura francese, araba e berbera, alle quali si assommano lunghi soggiorni in Congo, Venezuela e Algeria.
 
La storia stessa del Nordafrica è una storia di invasioni di popoli stranieri: la colonizzazione fenicia e greca, la conquista romana (I secolo a.C.), vandalica (V secolo d.C.) e bizantina (VI secolo), l’invasione araba (avvenuta a più riprese tra il VII e il IX secolo) e l’arrivo dei Turchi (XVI secolo), la colonizzazione europea, terminata solo nel 1962 dopo quei sette anni di guerra feroce e senza esclusione di colpi che Gillo Pontecorvo racconta ne La battaglia di Algeri (1966). Ecco allora la moltitudine di scarpe, sandali e infradito con cui Attia invade un’intera sala del museo danese. Una ridda variegata e multicolore a prima vista ridente, se non fosse composta di scarpe spaiate, rimandando a mille vissuti ed esperienze individuali fatti di ricerca di approvazione e di mancati riconoscimenti. Disposte in ordine sparso solo in apparenza su un pavimento appositamente modificato dall’artista, quelle vecchie calzature sembrano ancora in movimento, alle prese come sono con un terreno sdrucciolevole e infido. Sono scarpe da ginnastica e da passeggio, alcune comode altre fragili nella loro nuda essenzialità.
 
Ma pur nella varietà delle fogge sono tutte scarpe prodotte dalle industrie occidentali su larga scala e su larga scala distribuite nei mercati dei cinque continenti. Proprio come le lattine di birra schiacciate e ridotte a rifiuto o le accartocciate bottiglie di plastica trasparente, che fanno da contrappunto a quel mare-scalpiccìo, in cui l’artista contrappone l’ontologia tattile dei bisogni materiali dell‘uomo a quella eidetica della metafisica occidentale, la rivendicazione della differenza come valore al mito modernista della perfezione, dell’ordine e della simmetria. Un ordine che Attia stigmatizza in una sua coeva opera pubblica esposta in questi giorni a Graz, in Austria, dove gli immigrati vivono isolati nel quartiere di Gries. The Myth of Order #1 è una lunga striscia di couscous - l’alimento tradizionale di tutto il Nordafrica e “piatto nazionale” berbero - che attraversa Jakominiplatz dividendola in due parti.
 
Quella linea artificiale è il confine che separa - dalla propria casa, dal proprio passato, dalla propria cultura d’origine - chi è partito alla ricerca di una vita migliore. Traccia fisicamente e simbolicamente spazi transazionali da varcare, superare, eludere. Una linea che l’artista immagina destinata a sparire: mangiata dai piccioni o cancellata dal vento, registrando con una telecamera in streaming la sua naturale scomparsa.