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La vita presa con delicatezza: intervista a David Foenkinos

Autore: Francesco Musolino
Testata: Stilos
Data: 1 novembre 2010

David Foenkinos, parigino, classe ’74, al suo ottavo romanzo, La delicatezza, sbarca finalmente nelle librerie italiane. L’autore dichiara di non credere affatto nel caso, eppure se avesse trovato un bassista probabilmente avrebbe seguito una carriera musicale. E invece con il primo romanzo, “Inversion de l’idiotie, de l’influence de deux Polonais” (Gallimard), ottiene il “Premio François-Mauriac” dell’Académie Française. Seguiranno diversi riconoscimenti, un adattamento cinematografico e una pièce teatrale. Eclettico, d’una scrittura dalla dolcezza eterea ma ricca d’una comicità surreale e mai volgare, Foenkinos narra le vicende di Nathalie, costretta suo malgrado a ritornare alla quotidianità dopo la perdita dell’amato François: e così nella sua vita entrano Charles e lo strambo Markus, diversi ma entrambi decisi a contendersi il suo cuore. L’autore gioca con il lettore sin dalla prima pagina: dissemina note, digressioni, anticipa gli sviluppi futuri, intromettendosi volutamente nella storia e prendendo continuamente di mira gli svedesi e i loro caratteristici frollini Krisprolls. Stilos lo ha intervistato.

Il titolo ha una doppia accezione che lei trascrive dal Larousse: accanto al significato primario c’è un senso letterale, quasi contrario. Potremmo dire che con delicatezza “diversa” Nathalie tratta Markus e Charles?
Per la prima volta nella mia vita ho scritto un romanzo e avevo già il titolo in mente. Pensavo di continuo a questa parola: delicatezza. Volevo che il libro fosse questa parola. Certo, esistono diverse definizioni di ciò che è delicato. Il protagonista, Markus, è delicato. Capisce Nathalie come nessuno ha mai saputo capirla. È un uomo magico nei modi e nelle parole. E ovviamente Charles è l’opposto. È un uomo che soffre perché ama senza essere corrisposto. È indelicato e mette Nathalie in situazioni delicate. In questa parola sono condensate tutte le attitudini umane.
In una delle note mette in dubbio l’esistenza stessa del caso. Eppure il libro è pieno di avvenimenti “quasi” casuali, dalle canzoni agli incontri.
È vero! Si può mettere in dubbio l’esistenza del caso. Dico che quando incrociamo qualcuno per caso, questi è sempre senza fiato. Vuol senz’altro dire che correva per incontrarci per caso! A ogni modo, io credo nel destino. In qualcosa che ci spinge a essere quel che siamo. Sono molto mistico. A volte credo che tutto sia già scritto… tranne il mio prossimo libro!
La critica francese le ha attribuito il grande merito di aver saputo leggere l’animo femminile. Merito di grande empatia o di un forte spirito d’osservazione? Magari anche lei, come Markus, fissava la nuca delle compagne di classe più belle.
Ah sì, hanno detto così. Capisco le donne! Che volete farci? Ho molto spirito d’osservazione, e anche molta esperienza. Avete visto il mio fisico?! A ogni modo, è vero che sono stato un adolescente romantico con la fissazione di osservare le donne. Scrivere significa avere un rapporto sensuale con la vita. Potrei ambientare un intero romanzo tra i capelli di una donna.
Nel romanzo inserisce numerose digressioni: dalla futura discografia di John Lennon ai pettegolezzi su Bjorn Andresen, dai “Pez” a dialoghi tratti da film. Come le è venuta l’idea di prendere a braccetto il lettore?
Il tema che affronto è serio, ma amo il gioco letterario. Per me il concetto di piacere è importante. Voglio che il libro sia ludico. È anche una forma di modernità quella di mettere in un libro parecchie informazioni. Quando i protagonisti mangiano un risotto agli asparagi, mi piace molto l’idea di inserire la ricetta di quel risotto due pagine dopo. Almeno, se il libro non ci piace, impariamo un sacco di cose! In più, amo i libri generosi. Voglio dire i libri che possono invogliare a leggere altri libri, a guardare dei quadri, ad andare al cinema. La delicatezza è un piccolo pantheon dei miei piaceri artistici.
Analizzando Il bacio di Klimt lei riporta che «il bacio è la realizzazione ultima della ricerca umana della felicità». Eppure i suoi personaggi, per motivi diversi, sembrano aver paura della felicità. Adoro il tema della paura della felicità.
Essere felici a volte è molto angosciante. È talmente più rassicurante non mettersi in pericolo, non vivere l’angoscia dell’amore. Bisogna vivere le cose senza risparmiarsi un potenziale dolore.
La sua prosa fluida e frizzante, l’umorismo immediato, visivo e spesso surreale non scadendo mai nella volgarità, fanno pensare a Queneau. Le piace come paragone? Ci sono altri autori che l’hanno influenzata? Magari Cioran, così diverso che cita nel libro?
Sì, si potrebbe parlare di Queneau per il rapporto ludico con la scrittura. Il gioco. Ma i miei principali riferimenti sono alcuni scrittori dell’Est. Amo lo humour della disperazione e del grottesco. Quello di Cioran in particolare. La vita è così tetra, e vi rivelo una cosa: moriremo! Tanto vale riderci su. Amo Kundera, Dostoevskij. Del resto, il mio personaggio svedese ha uno humour molto rumeno. È uno svedese rumeno.
Durante la narrazione, diverse volte lei anticipa gli sviluppi futuri con frasi sibilline. Non crede che questo escamotage rischi di rompere il flusso narrativo, la tensione della storia?
Mi piace quando il narratore si intromette. Come con le note a piè di pagina, per esempio. Mi preoccupo molto della storia. Voglio che il lettore ne tragga piacere e sia sorpreso. Anticipare il seguito di una storia può suscitare un interrogativo narrativo. Nel romanzo non c’è nulla di fisso. È qualcosa di vivo, a volte anche un gioco con il lettore. In tutti i miei libri compaiono sempre due polacchi. I miei lettori li cercano, è una storia nella storia.
Dopo quindici paesi lei approda in Italia. Ma il suo agente sa che non potrete vendere i diritti alla Svezia? Anche se credo che lei potrebbe prendere tutti in contropiede e presentarsi a Uppsale con un pacco di Krisprolls…
Sì, finalmente! Vengo tradotto in quasi tutto il mondo, e ho aspettato disperatamente l’Italia. In effetti La delicatezza non è ancora stato tradotto in Svezia. Senz’altro prendo troppo in giro questo paese che mi sembra il massimo del tetro. Invece i finlandesi, che evidentemente non amano molto i loro vicini, si sono battuti per avere il libro. C’è stata un’asta! La prossima volta, per farmi tradurre in Svezia, prenderò in giro la Finlandia.