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Racconti come atti d'accusa su Tel Aviv

Autore: Francesco Musolino
Testata: Stilos
Data: 1 novembre 2010

La notte in cui morirono gli autobus non è il sogno divenuto realtà di tutti i produttori d’auto, ma il titolo della raccolta di racconti di Etgar Keret, uno dei più significativi scrittori israeliani della nuova generazione, già distintosi per i libri precedenti (da Abram Kadabram a Gaza Blues, scritto assieme al palestinese Samir El-Youssef, tutti pubblicati dalle Edizioni e/o), ma anche sceneggiature per il cinema, libri di fumetti, un musical e, assieme alla moglie Shira Geffen, la regia del film Meduse (Camera d’Or a Cannes 2007). Per l’umorismo fine, visionario, tendente a sfociare nel surreale e per la frequente virata sul non-sense, lo stile di Keret ricorda quello di Achille Campanile. In tal senso i racconti più riusciti di questa sua nuova raccolta sono le “short-short stories”: “Dio il nano”, “Salomone il ricchione” e “Nessuno capisce i quanti”. La lettura di questi tre testi si chiude con un sorriso amaro, sardonico. Keret amministra con cura le parole, le dosa saggiamente con stile sobrio, riuscendo a passare dal paradosso alla quotidianità con grande naturalezza, come quando scrive: «Ero seduto sulla panchina di una fermata la notte in cui morirono gli autobus»; e più avanti: «Rivoli di benzina scorrevano dalle carcasse sventrate; le interiora degli autobus, riverse sull’asfalto, erano immobili, nere». Ma si farebbe un grande torto a Keret se si volesse bollare questo volume come una raccolta di racconti umoristico/surreali poiché c’è molto di più. Sono diversi infatti i racconti dal taglio sentimental-intimista, dove alcuni affrontano temi scottanti come il caporalato nell’esercito (“Giorni come quelli”), l’ardua selezione dei reparti speciali delle forze armate connessa al necessario rispetto per chi è più debole (“Sirena”), e la brutalità delle guardie di frontiera (“Non sono esseri umani”) capaci di rendere Gaza una città fantasma soltanto attraversandone le sue strade, senza obbedire ad alcuna legge che non sia la propria, con spregio della vita altrui. In quest’ultimo racconto, il più crudo e intenso dell’intera raccolta, c’è una richiesta assai esplicita perché le cose cambino radicalmente in Medio Oriente. In questo senso Keret va incluso di diritto tra quegli scrittori israeliani più celebri, da Amos Oz e Abraham Yehoshua a David Grossman, che da anni puntano il dito contro il loro governo attirando l’attenzione internazionale sul conflitto arabo-palestinese senza timore che ciò possa ledere all’immagine d’Israele.