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Nomade è la vita degli uomini che strappano l’arenaria al monte

Autore: Angelo Guglielmi
Testata: La Stampa Tuttolibri
Data: 23 marzo 2019

Paolo Teobaldi è un uomo giusto, un professore d’italiano (gran padrone di vocabolario e di parole) che vuole restituire onore al Monte San Bartolo (che proprio un monte non è) appostato a nord-est della città di Pesaro e alle piccole costruzioni di arenaria (e i cittadini che le abitano) sparse lungo la sua discesa verso il mare. Case d’arenaria ma anche il San Bartolo è di arenaria, anzi è la riserva di sabbia che muscolosi carrettieri prelevano ogni mattina a vangate per venderla ai costruttori di case. Ma è il mare che non sta fermo e ogni sera avanza verso la riva e ne sgretola pezzi sempre più grandi finché arriva alla prime case e poi a quelle appena più in alto... e dove è finito il palazzo dei Santolini (una volta c’era e oggi non c’è più)? è gia sotto il mare e il suo tetto è diventata una nuova spianata con il ritorno degli orti e ahimé di qualche casa (ma per quanto?). E gli abitanti sono fuggiti spostandosi sempre più in alto fingendo di ignorare che la fuga (magari emigrare) è il loro unico destino.

Tragica è la vita di quegli uomini, fino adesso avevano creduto che con la forza della natura potessero (almeno provvisoriamente) salvarsi: ora sanno che anche la natura è fragile e anziché aiutarli a stare in piedi collabora a abbassarli e farli cadere. E’ il mondo che va in pezzi né lo consola la tragica bellezza della scomparsa. Lo spettacolo della disintegrazione del monte San Bartolo è imperdibile. «...come se il San Bartolo... fosse fatto di granito, o di trachite come il nuraghe Santo Antine, mentre invece è tutto il contrario... e se lo guardi dal porto la mattina, col sole che illumina le case dei contadini seminate a mezza costa, alcune in rovina... o nelle lunghe sere estive, t’accorgi subito che... da un anno all’altro... è venuto giù un altro trancio che adesso è lì col culo a mollo nelle acque del mare, come se fosse stato generato dal colpo di scorcello di un ciclope, con ancora un albero in cima, tale e quale al famoso pelo del baghino: l’immancabile pelo mai rasato sul naso delle monache cappellone».

Ma come si fa a restituire giustizia e onore alla gente (così attiva) di Sottoripa e alle loro stupefatte case? Il professore d’italiano finge che un nonno in bicicletta, con la nipote di pochi anni in canna, ripercorra i luoghi (e le imprese degli uomini) che c’erano (e ora non ci sono più) e ne rievochi alla nipote la presenza (ora scomparsa) insieme alla vicende di cui quegli uomini sono stati attori perché lo sappia e ne conservi (per quel che può) il ricordo. Straordinario è il talento e la sapienza di Teobaldi, il quale senza farsene vanto (a parte qualche innocente civetteria) mette in campo un linguaggio di facile scorrimento, di sintassi elementare e insieme lussurioso nell’uso delle parole (antiche, nuove e inventate e loro infiniti sinonimi e varianti) che producono frasi di aria aperta e maliziosa che gli conferisce (conferisce loro) un andamento svelto e divertito.

E accende il sorriso del lettore, il quale stupisce per la quantità delle parole impiegate (spesso irriconoscibili nonostante il Devoto che l’autore consiglia) ma non si preoccupa perché intuisce che quelle parole hanno incorporato (hanno dentro di sé) il «riferimento» e lasciano a lui (lettore) il compito di scoprirlo e tanto più se quelle parole più delle altre sono un intrico insolubile di vocali e consonanti in cui sospetta la sfida dell’ironia. « ... lì... doveva essere il paradiso terrestre dove Adamo ed Eva... avanzando e dondolando dolcemente, lui indicava un albero e proponeva maruga ... lei faceva di sì ma subito dopo suggeriva robinia ... moro suggeriva lui... gelso precisava lei ... uliva indicava lui... meglio oliva puntualizzava lei... ma dopo aggiungeva saputella oliva voleva dire tutto e non voleva dire niente perché dai garnelli... bisognava distinguere il cultivar: il leccino dalla vergiola, la raggia dal moraiolo». Tanto di quelle parole il lettore con l’aiuto della narrazione sempre ricostruiva il senso. In Teobaldi sincerità e contraffazione, realismo e visionarietà, angoscia e ironia si scambiano continuamene di posto. Teobaldi è un grande scrittore? Certamente propone un modello inedito rispetto a quelli conosciuti. —