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La verità su Capalbio

Autore: Marco Rossari
Testata: D - la Repubblica
Data: 6 luglio 2019

Sentiamo la parola Capalbio e ci viene subito in mente un distinto professore dalla barba rada e canuta, gli occhialini d’oro e la cravatta rossa, forse ai piedi il vezzo di un sandalo e la Repubblica sotto braccio. Il piccolo capoluogo maremmano è diventato sinonimo di colto sinistrorso benestante, anzi come direbbe oggi il sovranista con tricolore appiccicato ovunque, di radical chic. Ma anche quel posto, come tutti, prima di diventare un’etichetta sociale, ha avuto una storia, anzi più di una. Alcune di queste storie vengono raccontate nel secondo romanzo di Lorenza Pieri, che già lo aveva fatto in Isole minori per una parte della zona, e cioè il proprio luogo di nascita, il Giglio, l’isola dell’arcipelago toscano che si staglia davanti all’Argentario. Qui l’idea è più ambiziosa: raccontare il mondo antico e quello moderno, i contadini ruspanti e la borghesia intellettuale, ossia in fondo l’intreccio di autentico e fasullo che costituisce sempre un’epoca. Al centro della storia c’è un uomo, Sauro, detto il Re, rustico e sveglio, proveniente da una famiglia di contadini, per i quali la campagna «non era quella cosa poetica dell’aria buona, il cibo biologico e il miele autoprodotto che sarebbe diventata molti anni dopo. Era fatica, ernie e sudore, sveglie antelucane, puzza di sterco». Eppure, nel giro di una generazione, si comincia a capire una cosa: ciò che ai locali pare vecchio e usurato ai romani in gita risulta “antico” e “tipico”, più il pavimento è rovinato e più il turista si sentirà autentico. E così, con gli anni ’80 ecco arrivare i soldi e con i soldi ecco «le stalle trasformate in sale da pranzo, gli abbeveratoi in piscine, le mangiatoie coperte per farci le panche e ballarci sopra alle feste». Alle storie della famiglia di Sauro, tra riscatto e tradimenti, si intreccia quella autentica del Giardino dei Tarocchi, opera d’arte ancora oggi visibile dall’Aurelia, sogno alla Gaudì di Niki de Saint Phalle, un’artista tormentata di origine francese, frequentatrice di quello che allora si chiamava jet-set, che si mise in testa di creare in una tenuta degli Agnelli un parco con una serie di enormi statue ispirate alle carte da gioco esoteriche. È così che la semplicità già imbastardita dei locali si mescola alla soisticatezza dell’estro, allo «straniamento di un mondo in cui tutto sembrava alterato rispetto alla normalità». Solo grazie alle igure allegoriche di un luogo da iaba si riesce a dare un senso a quelle reali. E mai come oggi, forse, avremmo bisogno di delineare e indagare di nuovo le sfumature di classe e i tragitti sociali che ci hanno portati al punto in cui ci troviamo.