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I migranti del libro

Autore: Angiola Codacci Pisanelli
Testata: L'espresso
Data: 28 gennaio 2011

Vengono da Albania, Romania, Iran, Somalia. Scrivono nella nostra lingua. Sono bravi e spesso tradotti all'estero. E allora perché vengono trascurati da premi e festival di letteratura? Rapporto su un fenomeno tutto da scoprire

Hanno scritto alcuni dei migliori libri italiani degli ultimi anni: romanzi, racconti, saggi in grado di raccontare il mondo e il nostro Paese meglio di quei "viaggi intorno al mio ombelico" in cui sono specializzati i nostri conterranei. Eppure non cercateli nelle classifiche di vendita: non ci arrivano mai. Nemmeno i grandi premi letterari si sono accorti di loro. Li ignorano i mille festival letterari che si contendono le comparsa te estive dei soliti noti. Per non parlare dei docenti di letteratura italiana. Perché questi scrittori non sono "esattamente" italiani: le loro radici non sono tra le Alpi e l'Etna, e nella maggioranza dei casi sono state strappate traumaticamente. Se non loro, almeno i loro genitori hanno alle spalle storie di emigrazione, di fame, di guerra. E qui sta in parte la forza del loro sguardo, uno sguardo doppio di chi vive contemporaneamente qui e altrove. In altri Paesi occidentali scrittori come questi sono protagonisti della scena letteraria. Uno dei più importanti autori di lingua olandese è l'iraniano curdo Kader Abdolah. In Francia - dove l'ungherese Agotha Kristof è un classico e l'italiana Simonetta Greggio un bestseller - Marie Ndiaye, che con "Tre donne forti" ha ritrovato le radici senegalesi, ha già vinto Femina e Goncourr. E tra i venti scrittori americani under 40 scelti dal "New Yorker" spiccano un lettone, una nigeriana, una cinese e il somalo Dinaw Mengestu, che non scrive nell'italiano dei colonizzatori eppure intitola il primo romanzo "Le cose belle che porta il cielo", in omaggio a Dante. Da noi invece niente. Bravi o non bravi, gli scrittori neo-italiani restano di nicchia. A meno di non diventare casi editoriali così eclatanti da far dimenticare la nazionalità d'origine: vedi la palestinese Rula Jebreal o il moldavo Nicolai Lilin. E gli altri? Restano relegati in un genere a sé: il Salone del libro di Torino li invita per la sezione "Lingua madre" - che poi è sempre una delle più interessanti. E i curatori li chiamano solo per le antologie dedicate all'Italia multiculturale (da "Pecore nere", Laterza, a "Permesso di soggiorno", Ediesse). È come se la "letteratura migrante" potesse interessare solo una nicchia di addetti ai lavori. Grave errore. Vediamo perché, prendendo caso per caso alcuni dei nomi più interessanti.

ORNELA VORPSI. Belle ragazze che scivolano dai casting per modelle alle serate come "ragazze immagine" in discoteca, alla prostituzione, per finire con i film pomo. Un'atmosfera da festino di Arcore la si incontra nel racconto "Sulla bellezza" (dalla raccolta "Bevete cacao Van Houten", Einaudi) di questa poliedrica albanese che oggi vive in Francia. In Italia è arrivata con un'emigrazione colta, da studentessa all'Accademia di Brera, ma è passata anche per le discoteche di cui parla. E oggi si divide tra videoarte e scrittura, tra italiano e francese: «Spesso penso di abbandonare l'italiano, la ragione più plausibile è che non vivo più dentro questa lingua. La seconda, la sento ogni volta che passo una settimana in Italia.» È la più amata dai critici: ha collezionato premi e Aleksandar Hemon, bosniaco che scrivendo in inglese ha conquistato la critica americana, l'ha scelta per l'antologia "Best European Fiction".

ANGELIKA RIGANATOU. Quando è uscito, in pieno scandalo D' Addario, il suo "Amore S.p.A." (Marsilio) è sembrato un ritratto a posteriori. In realtà era una profezia: «Lo avevoscritto quattro anni prima, mi sono ispirata ai racconti dei miei colleghi della Usl», racconta: «Ma appena l'editore spiegava ai giornalisti che non era autobiografico, l'interesse spariva». Uno scherzo del destino per la Riganatou, greca per padre e nascita, italiana per madre e studi: il suo era l'unico nome straniero nelle mitiche antologie di Tondelli. Un curriculum che non le ha evitato di naufragare contro il primo luogo comune che taglia le gambe ai neoitaliani: pensare che possano scrivere solo autobiografie.

IGIABA SCEGO. «E lei, come ha fatto ad abbandonare la strada?». Ora che ha un master, una rubrica su "L’Unità" e otto libri alle spalle, questa scrittrice nata a Roma da genitori dell'élite somala ci ride su. Ma che delusione, allora: «Avevo fatto tante ricerche sulla vita delle prostitute, avevo ambientato il romanzo ("Rhoda", editore Sinnos) a Napoli proprio per allontanarlo». Solo ora si è concessa un libro autobiografico: "La mia casa è dove sono" (Rizzoli), ritratto di gruppo di una famiglia dispersa tra Somalia, Italia e Gran Bretagna. E si gode una soddisfazione: «Quelli di "Nazione indiana" mi hanno chiesto un testo sulla responsabilità dello scrittore: è la prima volta che mi considerano "scrittrice" e non "scrittrice migrante"!»

GABRIELLA GHERMANDI. Anche le sue radici rimandano al Corno d'Africa: al suo mondo, alle sue leggende e alla vera storia della colonizzazione fascista ha dedicato il primo romanzo, "Regina di fiori e di perle » (Donzelli). Un libro serino con uno stile in bilico tra narrativa e teatro. Perché è soprattutto negli spettacoli itineranti che questa autrice mene a frutto le sue radici italiane, etiopiche ed eritree: un lavoro che l'ha fatta conoscere anche negli Stati Uniti.

RANDA GHAZI. È l'enfant prodige del gruppo. A quindici anni ha pubblicato "Sognando Palestina" (Fabbri), ritratto di un gruppo di ragazzi di Gaza: un bestseller tradotto in quindici Paesi, tra cui Egitto e Israele. I suoi libri sono usciti in una collana per ragazzi: questo l'ha resa invisibile ai critici ma ha fatto sì che quei libri, consigliati da molti professori, siano diventati tra i più conosciuti ai giovani lettori. Anche lei si è concessa un tema autobiografico solo con il libro più recente, "Oggi forse non ammazzo nessuno": e solo attraverso il filtro di un'ironia corrosiva sui tormenti di una giovane musulmana italiana, che può scegliere la facoltà che vuole, ma non sempre il marito.

AMARA LAKHOUS. Far ridere è sempre una buona presentazione. Con "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio" (e/o) l'algerino Lakhous - alle spalle due lauree e un master - ha conquistato lettori, critici (compreso il nostro severo Enzo Golino) e produttori: è stato il primo del gruppo ad arrivare al cinema. E in "Divorzio all'islamica a Viale Marconi" ha riproposto con successo la sua formula: giallo e ironia con sguardo "neoitaliano".

KIRIL KIRILOV MARITCHKOV. Dal giallo al noir. Avvocato arrivato a Roma dalla Bulgaria, Maritchkov si è ispirato alla sua e esperienza professionale per "Clandestination" (Cooper): le disavventure di Ivan, architetto rumeno clandestino, che dorme nel  ghetto chiamato "il Lager" e vive in una spirale di violenza e criminalità, senza speranza di integrazione.

STEFAN B. RUSU. Tutt'altro genere: "Quei giorni a Bucarest" (Playground) racconta l'educazione sentimentale di un giovane gay nella Romania che considerava l'omosessualità un delitto. Un romanzo avvincente, scritto a quattro mani con un editor della casa editrice, Angelo Bresciani.

PAP KHOUMA. Anche lui ha esordito a quattro mani: ha firmato con Oreste Pivetta "Io, venditore di elefanti", nello stesso periodo in cui lo scrittore Mario Fortunato traghettava nella narrativa italiana il tunisino Salah Methnani ( "Immigrato", ristampato da Bompiani). Dopo un secondo romanzo e il lavoro di scouting sulla rivista on line "El Ghibli", questo senegalese di Milano è uno dei portavoce di quegli "italiani neri" ai quali ha dedicato l'ultimo saggio "lo, nero italiano e la mia vita ad ostacoli". (B.C.Dalai).

HAMIDZIARATI. Il primo libro, questo ingegnere lo ha scritto per raccontare l'Iran a suo figlio. Dopo "Salam maman" (Einaudi, Premio Marisa Rusconi) e "Il meccanico delle rose", Ziarati tornerà a fine anno con "Quasi due": dove un ragazzino iracheno e uno iraniano, chiusi dalla guerra nello stesso bunker, inventano una nuova lingua per comunicare. AMINATA FOFANA. Quando scrive "E la luna mi seguiva" (Einaudi) ha alle spalle diversi anni di Italia e molti anni di Europa, ma nessuna esperienza di scrittura: questa statuaria guineana aveva esordito a Londra come modella e cantante. È il 2006, e si candida anche alle politiche con i Verdi, ma manca l'elezione per pochi voti. Oggi, i suoi racconti di vita italiana, tra follia emarginazione e integrazione mancata, sono tra le cose più interessanti della rivista on line di "Fare Futuro", la fondazione dei finiani.

ELVIRA DONES. Dall'Albania alla Svizzera italiana, dalla Svizzera agli Usa. Vive ormai a Washington questa scrittrice e sceneggiatrice televisiva. Negli ultimi anni si è fatta notare per "Vergine giurata" (Feltrinelli), bel romanzo su una figura mitica della società albanese (una donna che in cambio del voto di castità ottiene i privilegi di un uomo), e per una lettera accorata in cui cerca va di aprire gli occhi a Berlusconi sulla vera vita delle «belle ragazze albanesi portate qui dagli scafisti» che lui aveva lodato con il solito cattivo gusto.

RON KUBATI. Con il bellissimo "Il buio del mare" (Giunti) è il primo neo-italiano a farsi notare dallo Strega, anche se si è fermato alla "long list", senza entrare in cinquina. Arrivato in Italia su una nave in stile "Lamerica", laureato in filosofia a Bari, e uscito come la Dones dal vivaio delle edizioni Besa, è uno dei più interessanti tra i nostri scrittori migranti. O forse sarebbe meglio dire era: vive a Chicago, dove fa un dottorato in letteratura italiana. Il prossimo romanzo lo sta scrivendo ancora nella nostra lingua: «Per me è presto per scrivere in inglese, sono qui da tre anni e la mia lingua interiore è ancora l'italiano. Ma domani, chissà, domani si accorgerà che se scrivesse in inglese potrebbe aspirare alla selezione del "New Yorker". E ci saremo persi uno bravo.