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Amara Lakhous – Divorzio all’islamica a Viale Marconi

Autore: Francesca Giannetto
Testata: Frailibri
Data: 15 marzo 2011

Divorzio all’islamica a Viale Marconi di Amara Lakhous – algerino di nascita e romano di adozione (più romano di tanti romani di nascita) dal 1995 – non si presenta come il precedente in un formato piccolo, color caffellatte e nero della collana di e/o Assolo. Di quella collana però ha mantenuto, nella nuova veste della collana Dal mondo, l’idea originale dei personaggi tratteggiati, come in uno storyboard, sulla copertina che si presentano al lettore ancora prima che le loro storie.

Amara Lakhous conosce benissimo l’Italia e la osserva con uno sguardo lucido e senza pregiudizi o preconcetti. E ne racconta le due facce in maniera perfetta ed equilibrata: quella degli italiani che convivono pacificamente e con curiosità con una miscellanea di culture e quella degli immigrati che lucidamente osservano le incoerenze e le assurdità di certe situazioni.
Le due voci e le due facce sono affidate ai protagonisti-narratori: Safia/Sofia e Christian/Issa. Christian Mazzari è siciliano di origine e arabista (Insomma, la fissazione di dimostrare di conoscere l’altro molto bene, anzi, di doverlo sempre stupire. Ecco in cosa consiste il lavoro dell’arabista! Un mestiere del cazzo, appunto!), si confonde facilmente con un arabo ed è la persona ideale per la missione che costituisce la traccia di partenza della storia. Lavora infatti per i servizi segreti italiani, al fine di sgominare una banda di presunti terroristi che opera nella zona di Viale Marconi a Roma e presumibilmente ha la base al Little Cairo.
Seconda voce e narratrice è Sofia, araba, emancipata, consapevole. Il nome Sofia non è uno pseudonimo scelto da lei come fanno molti extracomunitari per abbattere la barriera insuperabile fra il “noi” e il “voi”, quella distanza che si crea quando si capisce che si sta parlando con uno straniero. Sofia le è stato regalato dagli italiani, perché la gente scambia facilmente (e senza cattiveria) “Safia” con “Sofia” e perché le dicono che assomiglia a Sofia Loren, la donna italiana per antonomasia.
Le strade di Christian e Safia e soprattutto i loro punti di vista si incontreranno, dando una svolta al racconto, arricchito dalla loro vicenda parallela e dai due differenti registri linguistici.

La storia è avvincente, romantica, ironica e leggera, con un tono di giallo; i personaggi sono tutti ben caratterizzati; ci si sorprende e si ride tanto: in perfetto stile Lakhous.
Ma ancora più pregnante della vicenda è il punto di vista di Sofia, il suo sguardo sull’Italia: non saccente e giudicante, ma lucido e consapevole. Sofia ci mette davanti i tanti vizi della nostra nazione senza risultare antipatica, anzi, il suo punto di vista è più che condivisibile. Lei rappresenta la voce del popolo, quella che si rassegna e non si ribella (se non nel suo piccolo, lavorando in segreto per non scontentare un marito mussulmano osservante), che si rende conto di ciò che non va nel paese che la ospita, ma non sa come fare per cambiarlo. Sarà il maktùb, il destino a intervenire.

E noi italiani ci guardiamo attraverso di lei come in uno specchio in cui si riflettono i nostri lati peggiori e ci sorprendiamo ad “ascoltare” cose che sono quasi ovvie ma che non siamo – purtroppo – abituati a sentire:
la televisione, …allora decido di guardare la tv… Sui canali italiani non c’è niente di interessante; la ricerca, Mi racconta che il compagno, un ricercatore nel campo delle nuove tecnologie dei cellulari, non riesce a trovare una sistemazione in Italia nonostante sia molto bravo, Poi mi spiega come funziona il sistema universitario italiano, che assomiglia a quello mafioso: ci sono padrini come don Vito Corleone, ci sono delle famiglie che tengono in mano tutto il potere accademico. …La meritocrazia nel nostro paese non esiste. Esiste la mediocrità; la leggerezza di certe indagini (e qui la realtà supera la fiction), …proprio a causa delle telefonate in questi anni sono stati arrestati e buttati in galera in attesa di processo ….
«Ho intenzione di fare una
màjzara islamica, inschiallah». Qualche interprete, forse per inesperienza o per malafede, ha tradotto la parola “màjzara” con “strage” anziché con “macelleria”.

Dopo Scontro di civiltà per un ascensore in piazza Vittorio un’altra vicenda ambientata in uno dei quartieri popolari di Roma. Quartiere che, come il primo, fa insieme da protagonista e sfondo alla storia, dipinto come solo Amara Lakhous sa fare: attento e mai distratto come spesso i “nativi” possono essere, curioso, ma non fotograficamente superficiale come a volte è quello dei turisti, consapevole ma non cinico, come a volte può essere quello di chi si trova a essere “adottato” dal nostro paese.