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La ballata di Lila e Lenuccia

Autore: Roberta Paraggio
Testata: Stato Quotidiano
Data: 29 ottobre 2011

Lila e Lenuccia sono figlie della stessa miseria, vicine di casa in palazzine scalcinate costruite con mattoni di violenza e degrado, materiali di scarto per abitanti di infima classe. Un quartiere difficile della Napoli anni 50 fa da palcoscenico al nuovo romanzo di Elena Ferrante (uscito due giorni fa per i tipi di E/O) che, come sempre ci sorprende affilando sulla sua città uno sguardo lungo e inquieto, smembrandola per avere la possibilità di guardarla dentro, di oscultarla, senza affetto, senza perbenismi.

E, se Napoli è barocca, Elena Ferrante è asciutta, è un anatomopatologo assorto nel suo mestiere sezionante. Ma, ciò che viene fuori non è un referto asettico, bensì un racconto composto con le “voci di dentro”, ben celate nei vicoli pesti, bisbigliate appena. Non tutti sono capaci di narrare l’adolescenza, di trascriverne i pensieri più profondi senza scivolare nel già detto, la nostra misteriosa scrittrice non solo ne è capace, ma sa farlo suscitando emozione sussultante. La vita di Lila e Lenuccia scorre tra le righe, l’infanzia vola, tra i cenci e la scoperta della rinuncia causa indigenza per Lila, e gli studi di Lenuccia, occhialuta e un po’ goffa. Lila ha la capacità di astrarsi dal mondo, sa scontornare le persone con un punteruolo invisibile, resta fuori mentre tutto prosegue, e forse, per questo si salva dalla bruttura, mentre procede a occhi volutamente chiusi.

E’ cattiva Lila, è fredda, e Lenuccia la segue, le vive accanto annaspando, nel continuo sforzo di raggiungerla per poi riperderla, lasciarsi superare, costruendo un rapporto di amicizia femminile che va al di là della semplice emulazione adolescenziale. Mentre tutto succede, intorno a loro ruota un microcosmo umano miserabile, povero in canna e nel cuore, violento e reietto, di una irruenza non benevola, sempre pronto a far scintillare la lama di un serramanico, scattante solo nel punire, nel vendicarsi. Famiglie anaffettive, torve sulla propria amarezza di vivere, troppo concentrate su questa disgraziata sorte per poter pensare ai propri figli. Lenuccia sentirà la sua bravura a scuola come una colpa, come un nuovo gravare sulla già misera condizione.Lila sarà scaraventa dalla finestra di casa come una vecchia cosa usurata dal tempo.

Le madri sono ostili, feroci, hanno occhi folli dove anche la disperazione ha ormai disertato, sono meduse cattive con tentacoli di offese, mute, dure, figure terribili che solo Elsa Morante, in passato è riuscita a raccontare con tanta gelida partecipazione emotiva. Vite avvolte da un livore grave e sommesso, abiti che stanno ormai troppo stretti, amori da consumare nel tempo stretto e concitato di un ballo casalingo domenicale. Matrimoni da combinare, infelicità da programmare per salvare le famiglie, malelingue da zittire. Nel mezzo di tutto questo scorrono le storie, l’intreccio di sensazioni femminili che Elena Ferrante sa rendere racconto infinito, piccole magie in un mondo abbrutito.