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Elena Ferrante – L’amica geniale

Autore: Emanuela D'Alessio
Testata: Via dei Serpenti
Data: 29 novembre 2011

«Non mi pento del mio anonimato. Ricavare la personalità di chi scrive dalle storie che propone, dai personaggi che mette in scena, dai paesaggi, dagli oggetti, da interviste come questa, sempre e soltanto insomma dalla tonalità della sua scrittura, è nient’altro che un buon modo di leggere».
Eccola di nuovo Elena Ferrante, poche settimane dopo l’uscita del suo ultimo romanzo L’amica geniale, a riaccendere i riflettori su di sé nell’intervista concessa via e-mail a Paolo Di Stefano (sull’inserto culturale del «Corriere della Sera» il 20 novembre scorso).
Ma poi sarà vero che si può scoprire tutto di uno scrittore solo leggendo i suoi libri? La letteratura non è forse la più raffinata delle espressioni della finzione?
In L’amica geniale riconosciamo comunque l’atmosfera e la cifra stilistica della scrittrice napoletana che, pur sforzandosi di prendere le distanze dai precedenti romanzi, con questo “racconto nel racconto”, prima parte di una trilogia annunciata (come gli stessi editori si sono affrettati a segnalare), ha riproposto temi e ambientazioni a lei consueti. Ed ecco Napoli sullo sfondo, una storia al femminile, un altro rapporto “cattivo” tra madre e figlia, il tutto colorato dal rosso del sangue, dal grigio dell’odio, dal nero del sopruso e dell’abuso. Perché le chiavi di lettura dell’esistenza che Ferrante propone sembrano sempre le stesse. Non c’è differenza fra il rione poverissimo della Napoli anni ‘50 di L’amica geniale e i contesti più contemporanei e borghesi dei precedenti L’amore molesto e I giorni dell’abbandono; sempre e ovunque si soffre, si urla, si subisce violenza, si ammutolisce di orrore, si piange, si rincorre un sogno e si inciampa esausti, indipendentemente dall’epoca, dal ceto sociale, dalla cultura, dal vivere a Napoli, a Torino o a Roma.
Ritroviamo anche l’alternanza tra presente e passato, un’intrigante miscela tra il raccontare e il ricordare, il descrivere e il pensare che accalappia il lettore, trascinandolo da una pagina all’altra senza sospensioni o ripensamenti. La curiosità prevale sulla riflessione, si legge forsennati per arrivare alla fine e per scoprire, un po’ delusi e quasi irritati, che la storia non è affatto conclusa: secondo la migliore tradizione del feuilleton ottocentesco si dovrà aspettare la seconda puntata.

La scomparsa di Lila (Raffaella Cerullo), ormai sessantenne, è il punto di partenza ma anche di arrivo. La sua amica Elena Greco, detta Lenuccia, vive a Torino e riceve una telefonata di Rino, il figlio di Lila, per chiederle della madre di cui non ha più notizie da due settimane. È questo l’incipit di una storia a ritroso, raccontata in prima persona da Lenuccia, quasi per sfida e per rabbia. «Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente». Perché Lila e Lenuccia  sono amiche fin da bambine, la loro amicizia cresce e si rafforza pur nella divergenza delle loro scelte, due modi differenti di interpretare la vita del rione e di provare ad uscirne.
«La volta che Lila e io decidemmo di salire le scale buie che portavano, gradino dietro gradino, rampa dietro rampa, fino alla porta dell’appartamento di don Achille, cominciò la nostra amicizia». E comincia anche la storia intensa e densa, sanguigna e carnale, raccontata con crudezza e semplicità non solo di queste due bambine, diverse fin dai primi istanti del loro incontro «Lila comparve in prima elementare e mi impressionò subito perché era molto cattiva», ma di un intero rione, poverissimo e periferico, descritto con vivacità e realismo. Un affresco del popolino partenopeo degli anni ’50, animato da pulsioni e passioni, miserie e nobiltà, volendo scomodare le commedie di Eduardo. «Cos’era la plebe – pensa Lenuccia mentre assiste al matrimonio di Lila, epilogo di questa prima puntata – lo seppi in quel momento. La plebe eravamo noi. La plebe era quel contendersi il cibo insieme al vino, quel litigare per chi veniva servito per primo e meglio, quel pavimento lurido su cui passavano i camerieri, quei brindisi sempre più volgari. La plebe era mia madre che aveva bevuto».
La Ferrante, attraverso lo sguardo di Elena, ci accompagna in un viaggio nelle viscere di un microcosmo popolato da falegnami e calzolai, fruttivendoli e salumieri, dove le donne vivono «arruffate in ciabatte e vecchi abiti consunti», gli uomini sono furiosi e volgari, i bambini «non sanno il significato di ieri e nemmeno di domani, tutto è questo, ora», crescono con l’obbligo di rendere la vita difficile agli altri prima che gli altri la rendano difficile a loro.
Il rione di Lila e Lenuccia è pieno di violenza, rivalità, odi e rancori. «Vivevamo in un mondo in cui bambini e adulti si ferivano spesso, dalle ferite usciva il sangue, veniva la suppurazione e a volte morivano». Tutti lottano per sopravvivere in questo quartiere miserabile e sporco dove non si fa molta distinzione tra fascisti e comunisti, tra chi durante la guerra si era arricchito con la borsa nera o chi diventerà ben presto un camorrista.  Quello che conta è la battaglia quotidiana che ciascuno ingaggia per uscire dai confini e conquistare un sogno, e poco importa se «nel primo pomeriggio di un agosto sorprendentemente piovoso» Don Achille finisce ammazzato da Alfredo Peluso il falegname, che per colpa dell’usuraio aveva perso falegnameria e lavoro. Qualche anno dopo i figli dell’assassino e quelli della vittima festeggeranno insieme capodanni e matrimoni. «Tutto si mescola e si confonde, perché il rione intero è in movimento, tutto insomma tremolava, si inarcava come per cambiare i connotati, non farsi riconoscere negli odi accumulati, nelle tensioni, nelle brutture, e mostrare invece una faccia nuova».
Per Lila, figlia dello «scarparo» Fernando, «la faccia nuova» sarà il matrimonio precoce e sfolgorante con Stefano Carracci, figlio di Don Achille. Per Elena, con un padre usciere e una madre casalinga, sarà lo studio, la letteratura, la scrittura.
Le due amiche sono diverse. Lila è cattiva, «terribile e sfolgorante», brillante, ribelle e sfrontata, non teme i maschi anzi li sfida e li domina, perché loro subiscono il suo fascino, ne restano storditi e ammaliati. Anche Elena subisce il fascino di Lila, prova per lei attrazione e repulsione, invidia e ammirazione. È timida e goffa, piena di brufoli e con gli occhiali, ma è anche «l’unica femmina del quartiere a frequentare le scuole medie, poi il ginnasio e ad arrivare in prima liceo classico con la media del dieci». Per Elena la scuola è il luogo del rione dove si sente più al sicuro, perché sua madre, strabica e claudicante, non l’ha mai amata e compresa.
Una diversità complicata quella che separa e allontana le due giovani donne, ma al contempo le unisce e le rafforza in un legame indissolubile. «Lila era l’unica persona che sentivo necessaria, malgrado le nostre vite divergenti». Un legame che si incaglia nella differenza ma proprio da questa trae energia e forza. Un sentimento controverso e contraddittorio che si barcamena tra il male e il bene, tra il detto e il non detto, che prevale su tutto.
Perché, sembra confermare la Ferrante, è solo dalle contraddizioni, dalle contrapposizioni, dai chiaroscuri che riusciamo a decifrare il senso dell’esistenza. Perché un’amicizia, come un amore, si rivela un gioco sottile e sotterraneo tra eterni duellanti che pur traendo forza l’uno dall’altro non si risparmiano saccheggi e privazioni. Un gioco finito male se a vincere non saranno entrambi i giocatori.