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Le donne e la città

Autore: Beatrice Manetti
Testata: L'indice dei libri del mese
Data: 5 gennaio 2012

L'ultimo libro di Elena Ferrante non è l'ultimo libro di Elena Ferrante innanzitutto perché è un libro inconcluso, "che porta compiutamente a termine - avvertono gli editori nel risvolto di copertina - la narrazione dell'infanzia e dell'adolescenza di Lila e di Elena, ma ci lascia sulla soglia di nuovi grandi mutamenti che stanno per sconvolgere le loro vite e il loro intensissimo rapporto". Più che su una soglia, per la verità, L'amica geniale congeda il lettore a una svolta, troncando di netto, un attimo prima dello scoppio, il progressivo accumulo di tensione che scandisce la scena del pranzo di nozze di Lila: uno "sgarbo" orchestrato da Ferrante con antica sapienza affabulatoria e uno svagato sadismo feuilletonistico compensato solo in parte dalla promessa che "altri romanzi arriveranno nel giro di pochi mesi, per raccontarci la giovinezza, la maturità, la vecchiaia incipiente delle due amiche". Ma l'ultimo libro di Elena Ferrante non è l'ultimo libro di Elena Ferrante anche perché è un libro germinale, che idealmente, e a dispetto della cronologia, si colloca all'origine non solo dei tre romanzi precedenti, ma anche di quell'aggrovigliato, lucidissimo autoritratto d'artista che è La Frantumaglia. Tra le pieghe di un affresco l ambizioso, che comincia dalla fine degli anni quaranta e si arresta, per ora, alla fine del decennio successivo, intrecciando la storia dell'amicizia delle due protagoniste alle vicende di decine di altri personaggi in un quartiere periferico di Napoli che è a sua volta un personaggio (e tutt'altro che secondario), sono disseminati i nuclei archetipici, le matrici tematiche e figurali da cui Ferrante ha ricavato i caratteri e gli intrecci di tutta la sua opera. E come se l'infanzia di Elena e Lila fosse l'infanzia di Delia, di Olga e di Leda, baluginante nell'Amore molesto, nei Giorni dell'abbandono e nella Figlia oscura attraverso gli strati della rimozione e qui riemersa in superficie e finalmente verbalizzata nelle ampie campate di una struttura narrativa al tempo stesso distesa e franta, scandita in capitoli brevissimi da un senso infallibile dell'episodio romanzesco. Gli interni domestici impastati di intimità e violenza, i paesaggi urbani ugualmente martoriati dal degrado e dallo sviluppo, le sfumature pesanti del dialetto, gli oggetti, i luoghi e le figure chiave su cui le due protagoniste fondano il proprio "sentimento del disastro", lo scantinato buio, le bambole gettate in quell'oscurità terrorizzante e mai più ricomparse, la "poverella" impazzita d'amore: tutto quello che le donne adulte e apparentemente emancipate dei romanzi precedenti avevano dolorosamente amputato dalla propria immagine per poter diventare se stesse, e che era quindi relegato allo statuto evanescente, per quanto ancora minaccioso, di un revenant, e trascinato in primo piano e descritto nel suo impatto sul presente delle protagoniste.

L'amica geniale risale all'origine di quei grumi simbolici e li scioglie nella storia di un doppio apprendistato femminile: quello di Lila, la figlia del calzolaio, selvaggia e dotata, costretta a lasciare la scuola dopo la quinta elementare, che si ingegna a nutrire la propria intelligenza di voraci letture clandestine sfogare la propria personalità esplosiva in un sogno· di ascesa sociale e di benessere materiale; e quello complementare e opposto di Elena, condotta dall'ostinazione e dalla disciplina nello studio al di fuori del confini del quartiere, lungo i gradini di un'emancipa attraverso i libri, il pensiero, la scrittura (sono sue, non per caso, la voce narrante e la regia della narrazione). Ciascuna è per l'altra l"'amica geniale": una potenzialità inespressa, un pungolo e un rimpianto, un oggetto dell'invidia e un orizzonte del desiderio. "Era come se, per una cattiva magia, la gioia o il dolore dell'una presupponessero il dolore o la gioia dell'altra", annota Elena alle fine dell'estate che segna l'ennesima divaricazione, probabilmente quella decisiva, della sua strada e di quella dell'amica. Questa struttura a chiasmo consente a Ferrante di scandagliare con agio ciò che da sempre è l'oggetto privilegiato della sua narrativa, e cioè l'eccedenza ineliminabile da qualsiasi rappresentazione delle donne. Nei libri precedenti, il corpo di questa oltranza era per Delia quello della madre, per Olga quello della "poverella" suicida per amore, per Leda quello della giovane donna passata prematuramente dalla giurisdizione paterna al possesso geloso del marito: figure comprimarie, antagoniste sfuggenti, fantasmi riemersi dal passato per spingere le protagoniste a una sorta di patteggiamento con il "tremendo del femminile". Elena e Lila, invece, giocano la loro partita alla pari; accrescono di innumerevoli sfumature e di altrettante ambiguità il ragionamento poetico intorno alla "differenza" che Ferrante dipana da quasi vent'anni; e dicono qualcosa, con la loro difficile simbiosi, anche della scrittura dell'autrice. Che sembra accogliere a propria volta e contemporaneamente un registro e la sua ombra, fatta com'è di volontà chiarificatrice e di condensazione simbolica, di lucidità analitica e di sottotesti, di trasparenza comunicativa e di icasticità violenta. Ferrante ha un'idea complessa, intransigente e assai poco rassicurante della letteratura. Il suo stile di narratrice disdegna qualsiasi forma di oltranza espressiva pro p no per contenere meglio l'oltranza del suo sguardo. Che in questo romanzo abbraccia in un unico orizzonte la verifica di due possibilità del femminile continuamente calamitate dal proprio opposto (e bisognose, per esistere, del proprio opposto) e la innesta in un più vasto discorso politico, nel senso etimologico di appartenente alla polis. Perché I: amica geniale non è solo il romanzo della formazione di due bambine e poi di due adolescenti nell'Italia a ridosso del boom.' E anche e soprattutto la storia di due donne e di una città, o meglio la storia di due donne dentro una città che non prevede spazi per le donne, né spazi di libero movimento, né spazi di autonomia creativa, né spazi di esercizio dell'autorità. N ella topografia del quartiere sono inscritti confini invisibili che disegnano un reticolo di relazioni di potere - tra ricchi e poveri, forti e deboli, creditori e debitori - la più tenace delle quali è quella tra maschi e femmine. Al punto che tutti gli sforzi di realizzazione di sé che impegnano Elena e Lila potrebbero essere riassunti nel tentativo di ridisegnare quella geografia simbolica: rovesciandola dall'interno, magari armate di un trincetto, oppure forzandone i limiti esterni a colpi di splendide pagelle. Nelle pagine finali della Frantumaglia, Ferrante si era già interrogata su questo nesso problematico e cruciale che lega le donne alla città, prendendo spunto dalla sua lettura giovanile della storia di Didone nell'Eneide (la stessa lettura che dell'episodio virgiliano dà Lila nel corso di una discussione con Elena e che l'amica traduce a suo modo in un lodatissimo tema di italiano): "Il problema (...) è che si fa fatica a immaginare quale polis potrebbero costruire le donne, cercando di farla a loro immagine e somiglianza. Dov'è l'immagine modello, somigliante a quali tratti del femminile? Per quel che ne so io la città, per le donne, è sempre d'altri, persino quando è città natale (...) Evidentemente la città femminile è lontana da venire e non ha ancora parole vere. Per cercarle dovremmo discendere oltre i ghirigori delle nostre carte assorbenti, dentro il labirinto della nostra infanzia, nella frantumaglia irredenta del nostro passato prossimo e remoto". Non ci sono parole migliori per riassumere l'origine e il senso dell'ultimo (del primo?) romanzo di Elena Ferrante.