Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

"L'amica geniale" di Elena Ferrante

Autore: Francesca D'Ambrosio
Testata: Flanerì
Data: 11 aprile 2012

L’ultimo romanzo di Elena Ferrante, L’Amica geniale, si apre con l’immagine di Elena, una donna sulla sessantina che, dopo aver ricevuto una telefonata, apprende che la sua migliore amica, Lila, è scomparsa. Da qui prende avvio la vicenda, un lungo flashback in cui la protagonista, nonché voce narrante, ripercorre i luoghi della sua infanzia, trascorsa nella periferia di una Napoli anni Cinquanta ancora in bilico tra povertà postbellica e speranze di ricostruzione. In questo clima arroventato e violento nasce l’amicizia tra le due protagoniste, ritratte, in questo primo volume, prima bambine e poi adolescenti, ma altri romanzi seguiranno per narrare il periodo della loro giovinezza, fino alla maturità e all’incipiente vecchiaia.
Intorno alle figure delle due protagoniste si apre un vasto panorama di comparse popolari: il falegname, il salumiere, il muratore e le rispettive famiglie, i compagni di scuola, la maestra, le donne del rione che «combattevano più degli uomini, si prendevano per i capelli, si facevano male» perché lì, in quella Napoli povera e primitiva «fare male era una malattia» e la morte, uno spauracchio da cui guardarsi di continuo, sotteso nel lessico quotidiano. Un mondo pieno di parole «che ammazzano»: il tetano, il tifo petecchiale, il gas, ma anche il tornio, le macerie, il lavoro, e soprattutto Don Achille, il camorrista del quartiere, l’“orco cattivo” da cui stare alla larga. In questo contesto le protagoniste si conoscono e si frequentano, attratte forse dalle loro opposte personalità: Elena, timida e diligente, e Lila, schiva, scontrosa, ma dotata di una rara intelligenza che le permette di riuscire in ogni cosa che fa, salvo poi stancarsi per cimentarsi in una nuova impresa. Tale qualità la rende carismatica, magnetica agli occhi della sua amica: «Dovetti ammettere presto che ciò che facevo io, da sola, non riusciva a farmi battere il cuore, solo ciò che Lila sfiorava diventava importante. Ma se lei si allontanava, se la sua voce si allontanava dalle cose, le cose si macchiavano, si impolveravano».
Così, Lila impara a leggere da sola tanto da cimentarsi nella stesura di un romanzo e anche quando sarà costretta a ritirarsi da scuola per dedicarsi all’umile bottega del padre calzolaio, riuscirà a non arrendersi al suo destino di miseria progettando di trasformare il negozio in un calzaturificio di successo, tanto che Elena afferma: «La scuola media, il latino, i professori, i libri, la lingua dei libri mi sembrarono definitivamente meno suggestivi della finitura di una scarpa, e questo mi depresse». Nel romanzo infatti, la protagonista appare spesso infelice, ansiosa di eguagliare e superare l’amica, così autonoma e adulta rispetto a lei. Le paure di Lila invece, si intravedono appena, perché il narratore non può coglierle. Solo di tanto in tanto si accennano disagi, come quello della “smarginatura”: «Diceva che in quelle occasioni si dissolvevano all’improvviso i margini delle persone e delle cose mentre delle entità sconosciute spezzavano il profilo del mondo e ne mostravano la natura spaventosa».
E quanto più Elena, crescendo, allargherà i suoi orizzonti, tanto più Lila si chiuderà nella provincialità di Napoli fino a sposare, davanti all’invidia di tutto il rione, un uomo abbiente, ma che non la merita. E lei lo sa. Ma crede che, così facendo, troverà almeno una forma stabile, lei perennemente ossessionata dai suoi continui cambiamenti di stato. Così, il giorno del matrimonio Elena si reca a casa sua, per aiutarla nei preparativi. È l’ultimo dialogo tra le due amiche prima che tutto cambi. Lila è seduta sul bordo del letto, bellissima. Accanto a lei, l’abito da sposa che sembra «il corpo di una morta» e, mentre fissa l’acqua brillante di una conca di rame, dice all’amica:
«Qualsiasi cosa succeda tu continua a studiare».
«Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito».
«No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre».
«Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono».
«Non per te: tu sei la mia amica geniale».