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Trilogia sporca dell'Avana

Autore: Alfonso Santagata
Testata: Flanerì
Data: 4 giugno 2012

La Trilogia sporca dell’Avana va presa a piccole dosi. Pedro Juan Gutiérrez, l’autore di questi sessanta racconti pubblicati in Italia da edizioni e/o, va preso in piccole dosi. Come una medicina tanto indispensabile quanto letale, se si esagera con le quantità. Pedro Juan Gutièrrez è uno scrittore, un giornalista, un artista, un poeta visual-sperimentale. Ma soprattutto Pedro Juan Gutièrrez è un cubano e un osservatore della realtà che lo circonda, a metà degli anni ’90. Quella Cuba nel mezzo di una tempesta. Questa volta non tropicale ma economica prima e politica poi. La Cuba dove il socialismo e il sogno socialista si stanno dissolvendo. Come la sua popolazione che su zattere improvvisate comincia a riversarsi sulle spiagge della Florida mentre i poliziotti di Castro si voltano dall’altra parte. La Cuba che si sta sgretolando come i solar descritti da Gutiérrez. Quelle case collettive fatiscenti dove cinquanta persone devono condividere latrina, umidità, odori, sudore, caldo dei Caraibi. Quelle case che si stanno spaccando sotto i morsi del vento, della salsedine, della pioggia, della miseria.
La Trilogia sporca dell’Avana è uno dei quei libri che potresti leggere in un giorno. Uno di quei rari libri che ti ipnotizzano. Capaci di farti dimenticare per ore e ore che esiste anche altro oltre la lettura. Ma sarebbe un abuso. Non un uso. La Trilogia va gustata. Non divorata. Lentamente. Con le sue pause. Come i ritmi di vita dei Caraibi. Lavoro sì, ma anche riposo. Divertimento. Riflessione. Ed è lo stesso Pedro Juan Gutiérrez a suggerircelo: «Non bisogna lavorare tanto, la vita è breve».
Il cubano è come Bukowski. Similitudine scontata. Gutiérrez è come Baudelaire e come tutti quegli autori che ti scolpiscono da dentro. Limando, dando nuova forma a chi ha la fortuna di leggerli. Che alla fine di ogni racconto ti costringono, con le buone maniere ovviamente, a tenere il segno con un dito e guardare fuori la prima finestra che trovi. Per minuti che si dilatano in ore. A pensare. A riflettere. A sentire che qualcosa di te si è perso.
La Trilogia sporca dell’Avana è prima di tutto una sinestesia. Coinvolgimento assoluto dei sensi. Dalla vista all’olfatto. Dall’udito fino al gusto e al tatto. Pedro Juan Gutiérrez fa sentire al lettore la puzza di sudore. Fa provare al lettore un rum così scadente da sapere di cherosene. Fa vedere al lettore le viscere dell’Avana. La parte sporca, malata, spaventosa, ben lontana da quella turistica fatta di spiagge bianche, palme e tramonti da fotografia abbracciati a una bellissima prostituta locale pagata in dollari. La Trilogia è la sospensione di ogni pensiero e di ogni giudizio da buon borghese. In quel dedalo unto che è L’Avana, e Cuba, «dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi», bene e male finiscono per sfumarsi. Pedro Juan è il protettore di una prostituta. Vive di questo. C’è il vicino di casa che per sbarcare il lunario vende agli abitanti del quartiere fegati umani spacciandoli per organi di maiale. C’è il bel giovane che corteggia una anziana fino alla modifica del testamento. C’è la sessualità carnale e animalesca. Senza amore.
C’è «un’arte risentita, indecente, violenta, volgare»che ci mostra «l’altra faccia della realtà, quella che non vediamo mai o che, per evitare fastidi alla nostra coscienza, preferiamo non vedere».
E su tutto impera la scrittura di Gutiérrez. Essenziale. Senza abbellimenti. Cronaca giornalistica di quello che accade attorno il picaro Pedro Juan, protagonista di quasi tutti i racconti. Uno stile secco che accompagna le riflessioni di un cinico. Un giornalista caduto in miseria e che non riesce a sollevarsi dalla vischiosa povertà alla quale «solo pochi sopravvivono: i campioni e i vigliacchi».
Dopotutto «la gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto». Giusto? Ma un attimo. Questo chi l’ha scritto? Bukowski o Gutiérrez?