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Quel manicomio al parchetto

Autore: Alessandro Moscè
Testata: Corriere Adriatico
Data: 17 marzo 2007

Il mio manicomio (e/o, Roma, 2007) trasforma, come per uno strano maleficio anteguerra, un “giardino delle delizie” (il Parchetto dei Duchi della Rovere), luogo della convivialità e del lusso passati, in covo spettrale della detenzione. Nel bellissimo romanzo di Paolo Teobaldi (nato a Pesaro, dove vive), è proprio un manicomio a ripercorrere mezzo secolo di storia italiana e marchigiana (tra Fano, Senigallia e Urbino), attraverso le vicende personali di un’indifesa infermiera. Tilde lavora al fianco delle “monache con il cappellone” e “monologa” i suoi turni, con il passare in rassegna la storia patria da un osservatorio speciale: “la gabbia dei matti”.

Una famiglia tormentata quella di Tilde, con il padre assente, morto in carcere, una tomba mai rinvenuta, una madre che fa la “triccola” (l’erbivendola senza bancarella fissa), un fratello che parte per l’America, un trasloco dietro l’altro, e soprattutto un mestiere che cambia vertiginosamente. La sarta, la donna a ore, la commessa, la ceramista, fino all’arrivo, su raccomandazione, al Parchetto che fu dei Principi della Rovere, dove scrissero Bernardo e Torquato Tasso. È il 1938, e nel rito della vestizione, a Tilde viene imposta anche la tessera fascista. Sei novizie passano lo straccio sui pavimenti, nelle celle degli “agitati”, in parlatoio, nelle camerate, in chiesa. “In portineria era come al cinema: vedevo tutto. Capivo dalle facce degli infermieri che staccavano com’era andata la notte; i muscoli tirati, l’aria spaventata dagli avventizi; gli occhi stravolti di chi aveva dovuto accompagnare un ammalato all’elettroshock, come se l’avessero fatto anche loro”.

Il linguaggio di Paolo Teobaldi si situa volutamente a cavallo dell’italiano che si impara a scuola e il dialetto della tradizione orale delle nostre terre. La spinta trascinante del romanzo è concentrata nella genesi di un mondo recluso e sconosciuto, da far venire prepotentemente alla luce. Il manicomio come la galera, con gli stessi mali. Le ore che non passano, la notte che si ingigantisce, l’odore nauseabondo di varechina e fuori, tra la gente, miseria, ignoranza, il secondo conflitto mondiale ecc.

Il mio manicomio è un romanzo destinato ad imporsi rapidamente, perché segue i ripidi mutamenti storici del dopoguerra italiano, le illusioni, gli inganni. Una parte della narrazione è incentrata sulle figure sghembe degli psichiatri che si sono avvicendati in tanti anni: “ognuno con la sua mania e con la sua terapia preferita: il giardinaggio, la pittura, le sedie impagliate, le messe cantate, i pellegrinaggi a Loreto, le passeggiate in campagna, lo sport, la musica, il teatro, le feste mascherate, il ballo di carnevale… più di tutti i medicinali, alcuni veri alcuni finti, i calmanti, il laudano, il bromuro, l’insulina…”. E ancora le suore con i baffi che hanno salvato le giovani infermiere dagli agguati dei tedeschi, i dottorini, i direttori.

Tilde andrà in pensione nel 1978. Il suo luogo di detenzione rimarrà per sempre nei residui manicomiali, nella facciata del complesso abbandonato, in un marito conosciuto tra i padiglioni e in una figlia che vuole sapere, con una curiosità spasmodica, di un’esperienza sconvolgente. Tra le pieghe del silenzio affiora anche la “verità estenuante” dei pochi reclusi rimasti, fantasmi invecchiati, senza più il coraggio né il fiato per salutare, per farsi riconoscere.