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"L'AMICA GENIALE" DI ELENA FERRANTE: LILA E LENUCCIA NELLA NAPOLI DEL 1950

Autore: Vincenzo Mazzaccaro
Testata: Il Pickwick
Data: 8 aprile 2013

Quante illazioni su questa scrittrice. Si dice sia la moglie di Domenico Starnone, Anita Raja, o addirittura Goffredo Fofi. Il mistero irrisolto non inficia in nessun modo la qualità letteraria della “sconosciuta”. Della sua vita privata si sa solo che è nata a Napoli e che ha vissuto per un periodo in Grecia. La Ferrante (cognome che richiama la tanto adorata Elsa Morante) in La frantumaglia (2003) si dice affetta da “timidezza privata”.
La sua amata città, Napoli, è anche la sua croce: la scrittrice anni fa è intervenuta in una polemica con Bassolino circa la spazzatura sulle strade. Nei suoi romanzi spesso attraversa i vicoli, carne e sangue del brulicante centro storico partenopeo.
Non amo la distinzione tra scrittura femminile e maschile in virtù della quale la prima sarebbe meno pomposa, più carnale, più istintiva, però c’è da dire che nei suoi romanzi – a partire da L’amore molesto (da cui Martone ha tratto un film, nel 1995), fino a I giorni dell’abbandono (da cui Roberto Faenza ha tratto un film, nel 2005) e a L’amica geniale – si parla solo ed esclusivamente di donne. Solari, ombrose, cattive, misteriose, complicate.
In questo penultimo romanzo, L’amica geniale (ne è stato pubblicato nel frattempo il seguito: Storia del nuovo cognome, E/O Edizioni, 2012), le protagoniste non sono più donne mature, ma due bambine che giocano nella Napoli sfracellata del dopoguerra. L’inizio è al fulmicotone: “La volta che Lila e io decidemmo di salire per le scale buie, che portavano, gradino dopo gradino, fino alla porta dell’appartamento di Don Achille, cominciò la nostra amicizia”.
Elena, detta Lenuccia, è figlia di un usciere e Raffaella Cerullo, detta Lina - è chiamata Lila solo da Lenuccia - è figlia dello scarparo del rione.
Entrambe brave a scuola, Lenuccia per forza di volontà, Lila per la facilità con cui apprende tutto, la prima è la bambina dalle molte domande (perché esistiamo? che cosa è la terra? come è Dio?), la seconda invece sa già tutto, tanto da apparire molto più matura della sua età.
Napoli è lo scenario della storia, ma si parla solo di androni malandati, di viuzze sporche, di case popolari, di vestiti logori, di cortili.
Nei tempi dei primi amori, Lila non riscuote successo, perché “era uno stecco, sporca, sempre con qualche ferita... parlava solo un dialetto sferzante, pieno di maleparole, che stroncava sul nascere ogni sentimento di amore”.
Anche se geniale, finite le elementari Lila lascia la scuola, mentre l’amica prosegue gli studi.
Questa situazione spezza il connubio tra le due: “Sentivo che Lila non voleva essere più amica mia e quella idea mi dava una stanchezza come se avessi sonno... a volte mi andavo a sdraiare sul letto e dormicchiavo”.
Lila, mentre lavora col padre, si informa di tutto, legge i libri delle medie, impara da sola il latino e il greco, è una furia. Diventa bella e radiosa, mentre Lenuccia è così brava alle medie che si iscrive al ginnasio. L’amica geniale si industria per creare un nuovo modello di scarpa, ma in corpo c’è l’amarezza per non aver potuto proseguire negli studi: addirittura è costretta a leggere Guerra e Pace di nascosto.
Intorno alle due amiche, fratelli e padri e maschi di ogni estrazione sociale, sono in penombra. Gli avvenimenti sono tanti, Lenuccia finisce il ginnasio e va al liceo, Lila, invece, si stanca di lavorare col padre che non accetta la scarpa da lei fabbricata.
Lenù intanto parte per Ischia, si innamora di Nino Sarratore, il figlio del ferroviere, ma in realtà la ragazza viene molestata proprio dal padre di Nino; torna a casa e scopre che i genitori di Lila vogliono dare l’amica in sposa al camorrista Solara, ma lei rifiuta e decide di frequentare Stefano il figlio del salumiere e nel frattempo scrive un racconto: La fata blu.
Anche Lenuccia si fidanza, ma senza Lila la sua vita è vuota, e va frangendosi su un destino già scritto.
Elena Ferrante in un’intervista definisce Napoli una città maschile, dove le madri sono innamorate perdutamente dei maschi e dei figli maschi e sempre disposte a soddisfare i loro desideri. Aggiunge che vivere in un luogo del genere non è facile per le figlie:
“Non so com’è la madre napoletana. So come sono alcune madri che ho conosciuto, nate e cresciute in quella città. Donne allegre e sboccate, vittime violente, disperatamente innamorate dei maschi e dei figli maschi, disposte a difenderli e a servirli anche se le schiacciano e le straziano, […] incapaci di ammettere, anche con se stesse, che così li spingono a farsi ancora più bestie. Essere figlie femmine di queste madri non è stato e non è facile. La loro subalternità vitalissima, sguaiata, sofferente, rende difficile sia l’immedesimazione che la ripulsa disamorata. Bisogna scappare da Napoli anche per scappare da loro. Solo dopo è possibile vederne lo strazio di donne, sentire il peso della città maschile sulle loro esistenze, provare il rimorso di averle abbandonate, e imparare ad amarle”.