Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Guardo la vita correre

Autore: Franco Malcoaldi
Testata: D / La Repubblica
Data: 8 giugno 2013

In un mondo soggiogato dalla smania del viaggio e del movimento a qualunque costo, il personaggio che si inventa lo scrittore pesarese Paolo Teobaldi va controcorrente. Si chiama Gengoni Selvino, meglio noto come Macadàm, e fa il cantoniere sulla strada statale adriatica all'altezza del km 238,49, tra Romagna e Marche. La vita gli ha insegnato una cosa semplicissima: non c'è bisogno di correre dietro al mondo, visto che è il mondo a passare in processione continua davanti al Curvone - epicentro del cantone che gli è stato affidato. E difatti non esiste episodio piccolo o grande della Storia di cui Macadàm non sia stato testimone oculare o indiretto, attraverso i racconti più o meno fantasiosi del padre. Dal curvone sono passate colonne militari, le auto della Mille Miglia, i ciclisti del Giro d'Italia e i vari Trasporti Eccezionali che riflettevano le coeve trasformazioni del paese: turbine, cisterne, navi di cemento armato per i viadotti autostradali. E poi le barche e gli yacht della nuova ricchezza. Mentre via via, con l'avanzare del Progresso, cresceva la cattiveria: «I camionisti adesso erano d'una razza diversa, tutti incazzati, tutti a lampeggiare, a minacciare di morte l'universo coi loro clacson sonanti». Il mondo cambiava a Macadàm era sempre lì, a compiere il suo dovere con passione ed entusiasmo. Perché quello del cantoniere è il mestiere più bello e completo del mondo: «Metà muratore e metà contadino, metà geometra e metà giardiniere, metà selcino e metà potatore, metà autista e metà minatore». Un baluardo di esperienza concreta contro il chiacchiericcio vacuo e universale. Proprio di questo mondo sommerso della provincia profonda, dei tanti mestieri artigianali in via di scomparsa, Teobaldi ci dà conto con la descrizione appassionata a minuziosa della natura (alberi, fiori, animali) e della tecnica (dagli attrezzi utilizzati alla composizione dell'asfalto). A sostenere questa sapienza conoscitiva è una lingua assieme puntuale e tenera, debitrice tanto della precisione visionaria di Carlo Emilio Gadda (da lui, in qualche modo, viene anche il titolo del libro), quanto della stralunatezza di un Gianni Celati o di un Ermanno Cavazzoni. L'idea di fondo è chiara: la realtà che ci circonda è piena di miracoli. Per nutrirsene, bisogna tenere i sensi all'erta e imparare le parole giuste per "dirli". Così come bisogna saper nominare la vita della gente umile e anonima, che svolge al meglio il proprio dovere e sopporta in silenzio le peggiori disgrazie. È quanto accade al nostro Macadàm, sposo felice di Isolina prima che i due perdano Renzino, il loro bambino nato morto, che come un'ombra dolorosa accompagnerà l'esistenza dei due. Fino all'incontro con un ragazzo venuto dal mare, un moretto extracomunitario a cui la coppia darà ospitalità. Aprendo una stagione di vita nuova, più serena.