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Preghiera per Cernobyl'

Testata: Avvenire
Data: 29 settembre 2013

Migliaia di voci che rappresentano il ritratto di un’epoca, di una società tentacolare, di una cultura stratificata e complessa come quella dell’ex Unione Sovietica. Una straordinaria ricostruzione dei sentimenti, dei vissuti, delle riflessioni e dei sogni traditi di un intero popolo. Un progetto grandioso che non ha precedenti nella storia della letteratura e che è già valso a Svetlana Aleksievič la candidatura al premio Nobel: ricostruire il corso della storia sovietica e post-sovietica documentando la vicenda dell’homo sovieticus in forma letteraria. Un obiettivo che la scrittrice bielorussa – da molti considerata la memoria morale dell’ex Unione Sovietica – intende realizzare attraverso un ciclo di sette libri, quattro dei quali già usciti e tradotti in decine di lingue in tutto il mondo. Nata nel 1948 da padre bielorusso e madre ucraina, nella sua lunga carriera Aleksievič è passata dal giornalismo investigativo ai reportage, dai racconti brevi ai romanzi, fino a sviluppare un genere letterario originale, definito “romanzo di voci” perché basato sulla raccolta di centinaia di testimonianze. Come vivevano quelle persone? In cosa credevano? Come sono morte e perché hanno, invece, ucciso? E fino a che punto hanno cercato la felicità, senza riuscire a raggiungerla? “Il mio metodo d’indagine”, spiega Aleksievič, “non consiste nel porre domande sul socialismo ma sull’amore, la gelosia, l’infanzia, la vecchiaia. Sulle migliaia di dettagli di una vita che è andata perduta. È l’unico modo per inserire la catastrofe in un quadro familiare, perché la storia s’interessa ai fatti ma non alle emozioni. Io guardo il mondo con gli occhi di un letterato, non con quelli di uno storico”. Col suo lavoro è riuscita infatti a tracciare l’anatomia dell’anima di centinaia di esseri umani che negli anni si sono confessati di fronte al suo registratore in dialoghi svolti spesso nelle cucine, un luogo paradigmatico della cultura popolare russa. Un flusso ininterrotto di piccole storie che, raccolte insieme magistralmente, riescono a narrare la grande Storia. I suoi libri raccontano gli orrori del comunismo, i gulag di Stalin, le guerre, l’ecatombe di Chernobyl, ma anche l’enorme solitudine di un popolo che vent’anni dopo la caduta del regime ancora non è riuscito a dare una traiettoria alla propria vita e al proprio futuro.
E se l’Accademia di Stoccolma non l’ha ancora incoronata, l’associazione dei librai e degli editori tedeschi ha deciso quest’anno di conferirle il premio speciale per la pace che viene consegnato annualmente alla Fiera di Francoforte, “per essere riuscita a delineare in modo coerente ed efficace le esperienze di vita dei russi, degli ucraini e dei suoi compatrioti bielorussi raccontando le loro passioni e le loro sofferenze in modo umile e generoso”. Aleksievič ha infatti una capacità straordinaria di osservare la vita attraverso le sfumature e per scrivere un libro impiega anni di lavoro, intervistando dalle trecento alle cinquecento persone. “Non mi interessa un fatto in quanto tale – spiega – ma il modo in cui questo influisce sugli esseri umani, la loro reazione, il loro comportamento”. Il suo primo libro del genere, War’s Unwomanly Face (La guerra non ha un volto femminile) esplorava le vite delle donne sovietiche al fronte durante la Seconda guerra mondiale. Lo completò nel 1983 ma dovette aspettare due anni, e l’avvento della Perestrojka, per oltrepassare le forche caudine della censura sovietica. Il secondo volume, Ragazzi di zinco (uscito in italiano con e/o nel 2003) conteneva centinaia di interviste ai veterani della guerra sovietica in Afghanistan e alle madri dei soldati morti in quel conflitto, che tornarono a casa rinchiusi dentro bare di zinco. Poi sono venuti Incantati dalla morte (la storia delle migliaia di suicidi seguiti all’implosione del continente sovietico) e lo straordinario Preghiera per Chernobyl, un ritratto psicologico delle vittime della catastrofe nucleare più famosa della storia. Opere dirompenti che le sono valse anni di ostracismo e vessazioni da parte del regime del presidente Lukashenko, costringendola a un lungo esilio forzato all’estero. E proprio in questi giorni è uscito in Russia, ma anche in traduzione francese e tedesca, Second-Hand Time: The Demise of the Red Man, il quinto dei sette libri previsti nel suo progetto. Un’opera che senza parlare mai del presente aiuta a comprendere gli anni di Putin e la Russia contemporanea sebbene, ammette Aleksievič, “la mia scrittura fatica a stare al passo coi tempi perché la realtà sta cambiando troppo velocemente e sta diventando più inverosimile di quanto ci immaginavamo”. Anche in questo libro ha cercato di decifrare l’anima di un paese attraverso le voci e i sentimenti di centinaia di uomini, ma soprattutto di donne, che le hanno raccontato gli ultimi vent’anni di storia. “Sono nata sovietica – le dice Elena – mia nonna non credeva in Dio ma nel comunismo. E mio padre ha aspettato il ritorno del socialismo fino alla morte. Il Muro di Berlino era già caduto, l’URSS era già crollata, ma lui continuava ad aspettare”. Dal successivo sogno del capitalismo dal volto umano – quello di Gorbaciov -, fino al drammatico risveglio in un sistema che vede prevalere i criminali, il libro è pervaso dall’ineluttabile sensazione di sconfitta dell’utopia socialista, che col tempo è stata sostituita da un’altra utopia: quella basata sul denaro. Ai suoi interlocutori, Aleksievič mostra una pietas e una comprensione profonda che nasce dalle sue origini. Poiché anche lei è una vittima di quella società fondata sulla grande menzogna.