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"L’uomo di fiducia" di Herman Melville

Testata: Il Foglio
Data: 22 febbraio 2014

Il titolo originale del libro, “The Confidence-Man”, è un riferimento a una particolare figura di impostore che nell’America ottocentesca cercava di carpire la fiducia del prossimo, per servirsene ai propri fini: spesso ingannando con l’offerta alla vittima di partecipare a sua volta all’inganno, secondo un prototipo che al cinema sarebbe stato immortalato nella “Stangata”. Sulle rive del Mississippi, “al levar del sole”, in un primo di aprile attorno a metà del Diciannovesimo secolo, un misterioso uomo biondiccio con un vestito color panna sale dal molo di Saint Louis sul vapore “Fidèle”, diretto a New Orleans. In un’atmosfera che evoca i “Racconti di Canterbury”, commercianti, dame, agenti di cambio, ambulanti, studenti, avvocati e vecchi avari si occupano dei propri affari, chiacchierando e passeggiando. L’uomo misterioso, di cui nessuno sa né chi sia né cosa voglia, uno dopo l’altro mette alla prova i passeggeri e la loro fiducia, travestendosi e mascherandosi per approfittare della loro credulità. Davvero si tratta di uno spirito libero che si è deciso a dimostrare sul campo la profondità dei pregiudizi del mondo? Oppure è il diavolo in persona, venuto a sperimentare la propria vocazione di tentatore in un ambiente particolarmente favorevole?
“Questa mascherata potrà avere un seguito”, sono le ultime parole del libro, dopo che si sono spente “le fioche fiamme dell’altare a due corna”, e nell’oscurità incombente il tentatore ha portato con sé un vecchio debilitato, ultima incarnazione di un’umanità derelitta. Se l’affollato battello è una metafora della società americana, se il fluire del Mississippi simboleggia al tempo stesso lo scorrere della vita e la mutevole identità dell’uomo misterioso, la non conclusione della vicenda indica che ci troviamo in un tempo ideale, in cui è destinato a riproporsi all’infinito l’eterno scontro tra un’umanità debole e disorientata e la proterva prevaricazione del Male. Lo scontro eterno e senza soluzione tra Bene e Male era d’altronde anche il cuore di “Moby Dick”, la storia dell’ossessionata lotta del capitano Achab contro il capodoglio per colpa del quale ha perso una gamba, che di Melville è il capolavoro e l’opera più nota. Giocata però, a differenza di questa, in chiave epica e titanica. Scritto sei anni dopo “Moby Dick” e pubblicato in quel giorno del primo aprile 1857 in cui presumibilmente la storia si svolge, “L’uomo di fiducia” sceglie la chiave della satira e del sarcasmo, non senza lanciare qua e là qualche frecciata verso altri noti intellettuali americani a Melville contemporanei. Il “maestro mistico” Mark Winsome, per esempio, è il teorico del Trascendentalismo Ralph Waldo Emerson. Il suo “discepolo pratico” Egbert è l’ecologista ante litteram Henry David Thoreau.  Charles Arnold Noble, l’“allegro compare” rubicondo e attratto dal vino è Nathaniel Hawthorne, l’autore della “Lettera scarlatta”. E c’è anche un “mendicante pazzo, che chiedeva l’elemosina vendendo un opuscolo con una rapsodia di cui era l’autore, ed esprimendo la sua pretesa d’un apostolato rapsodico”, che è modellato abbastanza chiaramente su Edgar Allan Poe.  Critica feroce dell’ottimismo del sogno americano, visione del mondo moderna e disincantata, commedia del travestimento dal profondo significato simbolico in cui niente è davvero come sembra, questo libro, il  decimo in undici anni, è anche l’ultimo che Meville pubblicò in vita. Deluso per risultati allora non esaltanti, decise infatti di abbandonare la prosa, dedicandosi a conferenze e a opere poetiche. Solo tra il 1889 e il 1891, gli ultimi due anni della sua vita, tornò al grande romanzo con quel “Billy Budd”, che sarebbe stato ritrovato e pubblicato postumo solo nel 1924.