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Il bambino che parlava la lingua dei cani

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: SoloLibri.net
Data: 4 marzo 2014

“La mia storia comincia il 17 marzo 1929. Giorno importantissimo per me, perché è quello in cui la mia esistenza è stata messa ai voti”.
L’incipit di questo romanzo, una storia vera, ci racconta subito che l’io narrante è Julek Gruda, un ragazzino nato da genitori polacchi, militanti comunisti e per questo occupati nella formazione alla scuola di Partito a Mosca; viene al mondo solo perché l’eventualità della sua nascita viene messa ai voti dalla cellula e viene accolta con favore, a patto che la madre, Lena, non abbandoni il lavoro politico per accudire il nascituro, che sarà affidato ad altri. Saranno gli zii a fargli da genitori nei primi anni.

Comincia così la lunga e affascinante cavalcata attraverso diversi paesi, Polonia, Russia, Francia di Julek, che saprà dell’identità di sua madre solo quando lei lo accompagnerà in Francia per affidarlo ad un collegio poco distante da Parigi, L’Avenir Social, gestito dal Sindacato comunista, che accoglie non solo orfani, ma anche bambini di famiglie indigenti o perseguitate per motivi politici. Qui il ragazzino avrà la sua formazione, imparerà il francese, diventerà simpatico a tutti, si affezionerà agli educatori. La formazione politica, il cinema, i primi turbamenti sessuali, i gelati, la trasgressione, il rapporto privilegiato con gli animali, l’amicizia con Génevieve e Arnold, che saranno gli amici di sempre... L’educazione sentimentale di Julek avviene tra quelle mura e lì finirà per dimenticare il polacco, divenendo Jules, o Julot. Ma gli anni passano e sull’Europa si addensano le nubi della guerra: prima la Guerra civile in Spagna, proprio ai confini con la Francia, e poi l’invasione nazista della Polonia, mentre l’Unione Sovietica ha firmato un Patto con Hitler. Per Jules inizia un percorso tortuoso: sua madre Lena viene a prelevarlo dal mondo protettivo del collegio, dove si sente sicuro, per portarlo con sé in una serie di nascondigli, presso varie famiglie, per lo più in campagna, dove il ragazzo deve vivere in incognito, visto il pericolo che incombe sui membri della Resistenza, dato che ormai la Francia è sotto occupazione nazista. Si chiamerà Roger. Seguiamo Jules/Roger in Bretagna, in piccoli borghi dove famiglie complici dei Resistenti o avide di denaro ospitano per l’estate bambini sbandati, o ebrei, i cui genitori sono in costante pericolo.

La leggerezza con cui il narratore passa attraverso le pagine più difficili e oscure della Seconda Guerra mondiale, dribblando gli ostacoli e riuscendo a cavarsela tra bugie, invenzioni fantasiose, marachelle pericolose, incontri che potrebbero scoprirne la doppia identità, ha del prodigioso. Quando finalmente, alla fine del conflitto, si riunirà alla madre, finalmente accettata nel suo ruolo, e al padre, di cui quasi non ricordava le fattezze e con cui ha difficoltà a comunicare ( non sa più il polacco, è un piccolo francese nazionalista), il cerchio si chiude e Jules/Julek potrà imparare il russo, ritrovare le sue radici, a alla fine, laureato in scienze, partire per il Québec dove vivrà la seconda parte della sua lunga vita..

Per insegnare storia, gli insegnanti di scuola superiore potrebbero servirsi di questo romanzo, esauriente e corretto, ben scritto e ben ricostruito, con un personaggio accattivante e geniale, e certamente gli studenti non potrebbero che rimanere coinvolti nel racconto delle avventure scolastiche di Jules, dei suoi esami, dei rapporti con gli insegnanti e i compagni, durante una guerra spietata che tuttavia non interrompeva la routine della istituzione statale, malgrado l’occupazione tedesca.