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È davvero magica ma tutt’altro che spontanea la scrittura di Hrabal

Autore: Saul Stucchi
Testata: Alibi Online
Data: 17 aprile 2014

La cittadina dove il tempo si è fermato, di Bohumil Hrabal, è Nymburk, in Boemia. Al lettore dice poco o nulla. Sappiamo tutto di Praga, delle terre intorno molto meno. Ma se sei un grande scrittore – e Hrabal lo era (probabilmente il più grande autore ceco dell’ultimo mezzo secolo) – qualsiasi buco sulla faccia della terra diventa interessante per il lettore. Perché, come accade nel romanzo citato, bastano pochi segni di vita e il paesaggio si anima. E se la voce narrante ti lascia senza fiato perché il suo sembra non finire mai e non avere nemmeno bisogno di pause, se il suo malandrino candore ti rapisce, allora anche un cimitero e la sacrestia diventano luoghi divertenti (“io ci parlavo spesso con Cristo, perché con Dio non avevo il coraggio” dice narratore ricordando il se stesso bambino).

Aperto a molte ascendenze letterarie, metabolizzate ma come en souplesse correnti artistiche europee di vario segno, Hrabal, nato cento anni fa e scomparso nel 1997, ha maturato una propria cifra espressiva man mano che si spalancava davanti al suo sguardo intriso di tragica ironia il declino dell’Europa, al di qua e al di là della cortina di ferro (in cui ha dovuto a intermittenza sopravvivere alla censura). Hrabal è sembrato presentire la decadenza della sua immensa cultura – e con essa un’idea di “buona vita”, come ha scritto recentemente Ulrich Beck, al di fuori del consumismo – e dell’oggetto che l’ha rappresentata più di ogni altro: il libro. Facendone persino tema di uno dei suoi racconti più famosi, Una solitudine troppo rumorosa, romanzo di ambientazione praghese – non so onestamente se Hrabal avesse mai letto il capitale Praga magica di A.M. Ripellino, forse lo avrebbe trovato un esercizio un po’ troppo “prezioso”, forse la sua Praga è più terragna: chi non lo avesse mai fatto prima, approfitti del centenario della sua nascita e della conseguente ripubblicazione delle sue opere per le Edizioni e/o nella “Collana praghese”.

Per mettere per esempio a confronto la sua versione di quella magia (funambolica, comica, grottesca) con quella più lunare e sghemba e malinconica resa leggendaria dallo studioso e poeta italiano. E immaginare il grande narratore (nativo di Brno) anfanare per Praga e sfuggire a orde di giovani hard rock cafè e combriccole di vecchietti con cappellino che spesso staccano un biglietto low cost senza nulla sapere di un paio di birrerie che Hrabal avrebbe santificato ogni giorno.

La disperazione – se ve n’era una – in Hrabal non soccombeva mai alla cupezza. Il percorso letterario negli anni via via lo allontanava dagli esordi parasurrealisti e combinatori verso una narrabilità dal ritmo frenetico, dall’accentuata vis corporale, domestica, quotidiana: storie che erano immancabilmente dei veri fiumi in piena. Ancora, un’oltranza affabulatoria spesso sfrenata, inquieta e allegra nello stesso tempo, contrassegnata da una paratassi inesausta, ma tutt’altro che alla buona, di grande precisione nominalistica nonostante la verve da narrazione orale – per non dimenticare l’oscillazione fra dialetti, sottotracce iperletterarie e variazioni di registri che i bravi traduttori tentano generosamente di farci intuire.