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La parola A SIGMUND FREUD

Testata: IL MANIFESTO
Data: 4 settembre 2008

Anticipiamo uno stralcio tratto dalla pièce teatrale dello scrittore Eric-Emmanuel Schmitt, che uscirà domani da e/o con il titolo «Il visitatore». I protagonisti sono Sigmund Freud, sua figlia Anna, un nazista che li importuna nella loro casa di Vienna, e uno sconosciuto onnisciente, un po Dio e un po il diavolo In questa scena il duetto tra il fondatore della psicoanalisi e un misterioso visitatore con poteri soprannaturali. L'autore sarà a Mantova per il Festivaletteratura.

Lo sconosciuto scosta la doppia tenda e compare all'improvviso sulla scena. Non lo si è visto scavalcare il davanzale della finestra. Il suo arrivo deve sembrare naturale e misterioso insieme. È elegante, forse persino troppo: frac, guanti, mantello, bastone col pomolo... Lo si direbbe un dandy appena uscito dal teatro dell'opera. Guarda Freud con simpatia. Quest'ultimo, sentendosi osservato, si gira.

LO SCONOSCIUTO (con naturalezza) : Buonasera. Freud si alza di scatto, le mani appoggiate sulla scrivania.

FREUD: Eh? Lei chi è? (Silenzio) Cosa vuole? (Lo sconosciuto sorride, ma seguita a non rispondere) Da dove è entrato? (Lo sconosciuto continua a rimanere garbatamente in silenzio) Cosa è venuto a fare? (Freud pensa che sia un ladro) Soldi non ce ne sono più, è arrivato tardi.

LO SCONOSCIUTO (con una smorfia) : Preferivo le domande.

FREUD: Chi è lei? Lo sconosciuto sorride, ma non sembra intenzionato a rispondere. Freud si spazientisce, apre il cassetto della scrivania e tira fuori una pistola. Al momento di puntarla verso lo sconosciuto, però, si sente ridicolo e si limita a tenerla in mano.

FREUD (scandendo le parole) : Le ho chiesto chi è.

LO SCONOSCIUTO (leggiadro) : Tanto non mi crederebbe. E quel gingillo non l'aiuterà di certo. (Lo sconosciuto va verso il divano e vi si lascia cadere con eleganza) Facciamo due chiacchiere, le va?

FREUD (posando la pistola) : Non faccio conversazione con un uomo che si introduce di nascosto in casa mia e rifiuta di presentarsi.

LO SCONOSCIUTO (alzandosi) : Molto bene. Se proprio ci tiene... Velocemente, va dietro la tenda, sparisce per due secondi e riappare ansimante, con i vestiti in disordine. Guarda Freud come se lo vedesse per la prima volta e gli si getta ai piedi.

LO SCONOSCIUTO: Mi aiuti, la supplico, mi faccia nascondere! Sono inseguito, mi aiuti! (Recita alla perfezione) Ho la Gestapo alle costole... (Corre alla finestra, fa finta di scorgere degli uomini sulla strada) Mi hanno visto. Stanno entrando qui! (Si getta di nuovo ai piedi di Freud) La prego, non mi denunci!

FREUD (cascandoci per un attimo) : La Gestapo?

LO SCONOSCIUTO (implorando con troppa teatralità) : Mi nasconda, la scongiuro!

FREUD (tornato alla realtà, lo respinge con una certa durezza) : Ma mi lasci in pace!

LO SCONOSCIUTO (smettendo di recitare) : Non prova alcuna pietà per un perseguitato?

FREUD: Per un perseguitato, sì. Per un simulatore, no. Lo sconosciuto si rialza.

LO SCONOSCIUTO: Non pretenda che le racconti storie, allora.

FREUD (in tono autoritario, riprendendo il controllo di sé) : Senta, posso concepire due ragioni per la sua intrusione: o è venuto a rubare, o è qui per farsi curare. Se è un ladro, le ripeto che sono appena passati i suoi colleghi della Gestapo e non hanno lasciato nemmeno una briciola. Se è un malato...

LO SCONOSCIUTO: Passiamo alla terza ipotesi.

FREUD: Intende dire che non è un malato?

LO SCONOSCIUTO (infastidito dal termine) : Malattia, che parola orrenda...neanche la salute avesse avuto la bella pensata di dare una mano alla morte.

FREUD: Perché è venuto, allora?

LO SCONOSCIUTO (mentendo) : Le ragioni possono essere tante: curiosità, ammirazione...

FREUD (alzando le spalle) : È quel che dicono tutti i malati.

LO SCONOSCIUTO (mentendo) : Forse sono qui per qualcun altro...

FREUD (come sopra) : È quel che dicono subito dopo.

LO SCONOSCIUTO (indispettito) : Ah. E va bene, ammettiamo che io abbia bisogno di lei. Cosa devo fare?

FREUD: Prendere un appuntamento! (Spingendolo verso la porta) A presto, signore, ci rivedremo a un'ora che converrà a entrambi e che avremo deciso insieme. Fra qualche giorno.

LO SCONOSCIUTO (fermandolo) : Impossibile, domani non sarò più qui. E tra otto settimane neanche lei sarà più qui.

FREUD: Prego?

LO SCONOSCIUTO: Sarà a Parigi, dalla principessa Bonaparte... E poi a Londra, a Maresfield Gardens, se la memoria non m'inganna... FREUD: Maresfield Gardens?... Mah... Dica quel che vuole, io non ne so niente... non ho organizzato niente...

LO SCONOSCIUTO: Ma sì, ma sì. E ci si troverà bene. Le piacerà la primavera londinese, verrà acclamato... E porterà a termine il suo libro su Mosè.

FREUD: Vedo che segue la stampa scientifica.

LO SCONOSCIUTO: Aspetti, come lo chiamerà? Ah sì: Mosè e il monoteismo . Preferisco non dirle cosa ne penso, però.

FREUD (interrompendolo) : Ma se non l'ho ancora deciso, il titolo! (Incuriosito, ripete tra sé la proposta dello sconosciuto) Mosè e il monoteismo ... Perché no? È un suggerimento niente m... Si interessa di psicoanalisi?

LO SCONOSCIUTO: No, mi interesso a lei.

FREUD: Insomma, mi vuol dire chi è?

LO SCONOSCIUTO (tornando all'evocazione di prima) : Ma la cosa più strana è che rimpiangerà Vienna.

FREUD (con violenza) : Non credo proprio.

LO SCONOSCIUTO: Si conosce il gusto del frutto solo dopo averlo mangiato... E lei è di quegli uomini il cui unico paradiso è un paradiso perduto. Sì, rimpiangerà Vienna... Del resto già la rimpiange, visto che da un mese si rifiuta di partire.

FREUD: Perché ero ottimista, speravo che la situazione si aggiustasse.

LO SCONOSCIUTO: O per nostalgia? Lei ha giocato al Prater in calzoncini corti, ha annunciato nei caffè le sue prime teorie, ha passeggiato lungo il Danubio sottobraccio al suo primo amore, ha persino cercato di morire nelle torbide acque del vostro fiume!... A Vienna lascia la sua giovinezza, dottor Freud. A Londra, non sarà altro che un vecchio. (In fretta, tra sé) Come la invidio, però...

FREUD: Chi è? LO SCONOSCIUTO: Se glielo dicessi non mi crederebbe.

FREUD (deciso a tagliare corto) : Allora se ne vada!

LO SCONOSCIUTO: Dev'essere alquanto stanco del mondo per volersi liberare così presto di me. La facevo più ospitale nei confronti dei malati, dottor Freud. Invece mi sta mettendo alla porta. È così che tratta un nevrotico per il quale lei è l'ultima speranza? E se uscendo da qui mi andassi a buttare sotto una macchina? Genuinamente sorpreso dal suo stesso comportamento, Freud si abbandona sul divano.

FREUD: Casca male, stasera. Non c'è più il dottor Freud... Altro che guarire gli altri!... Ci sono sere in cui quasi ce l'ho con loro per averli salvati... Crede che curare il prossimo eviti a me di soffrire? Sono talmente solo, io, nel mio dolore. Senza neanche il conforto di...

LO SCONOSCIUTO: Tornerà. (Freud fa un'espressione interrogativa) Anna. Non la terranno a lungo. Sanno benissimo che non la possono trattenere. E quando tornerà, lei la stringerà fra le braccia e la bacerà con una gioia che non è lontana dalla disperazione, sentendo che la vita è appesa a un filo stretto e sottile e che il filo è di nuovo momentaneamente teso... È proprio questa fragilità che dà la forza di amare...

FREUD: Ma lei chi è?

LO SCONOSCIUTO: Non sa come mi piacerebbe dirglielo, quando la vedo così. Fa per accarezzargli i capelli. Freud, colto di sorpresa, reagisce prendendo una decisione. Si alza con foga. In lui si è ridestato il medico.

FREUD: Le serve il mio aiuto?

LO SCONOSCIUTO (leggermente stupito) : Sì. No. Cioè... Mi sono comportato in modo ridicolo... L'entusiasmo mi aveva confuso le idee... In realtà avevo qualche dubbio...

FREUD:... che io potessi aiutarla. Chiaro! (Trionfante per abitudine) Tutti si credono unici, per quanto la scienza stabilisca il contrario...Vorrà dire che mi occuperò di lei, visto che questa è comunque una notte di attesa. (Solleva lo sguardo verso lo sconosciuto) Strano, non ho molta voglia di prenderla in cura.

LO SCONOSCIUTO: Lo credo.

FREUD (sfregandosi le mani) : Va bene, cominciamo. (È palesemente rinfrancato. Indica il divano) Si stenda là. (Lo sconosciuto esegue) Come si chiama?

LO SCONOSCIUTO: Seriamente?

FREUD: È la regola. (Con pazienza) Cognome? Quello di suo padre.

LO SCONOSCIUTO: Non ho padre.

FREUD: Il nome, allora.

LO SCONOSCIUTO: Nessuno mi chiama.

FREUD (seccato) : Ha fiducia in me?

LO SCONOSCIUTO: Assolutamente sì. È lei che non mi crede.

FREUD: D'accordo, cambiamo metodo. Mi racconti un sogno... l'ultimo sogno che ha fatto.

LO SCONOSCIUTO: Non sogno mai.

FREUD (in tono diagnostico) : Bloccaggio della memoria tramite censura: caso grave, ma classico. Mi racconti una storia.

LO SCONOSCIUTO: Una qualsiasi?

FREUD: Una qualsiasi. Lo sconosciuto si mette a fissare Freud come se gli sondasse l'anima. Per un attimo sembra attingere forza dallo sguardo del dottore, poi comincia a parlare.

LO SCONOSCIUTO: Avevo cinque anni. Fino ad allora avevo sempre visto il cielo azzurro, il sole giallo e le donne di servizio cantare da mane a sera colmando l'aria del profumo di vaniglia sprigionato dalle loro scollature. Poi, un giorno, mi sono ritrovato da solo nella cucina di casa. Era uno stanzone con i mobili fissati alle pareti, come incollati, quasi a evitare l'immenso spazio vuoto del pavimento in cui le piastrelle bianche e rosse disegnavano fughe da ogni lato. In genere era il mio territorio di avventure: correvo a quattro zampe tra le gambe delle domestiche, rimediavo pezzetti di prosciutto e leccavo il fondo dei piattini da dessert...Perché quel giorno erano usciti tutti? Non lo so, cose di adulti, non me n'ero neanche accorto, ero là, seduto sulle mattonelle rosso bruciato e bianco perduto. Ognuna rivelava un mondo. Solo per gli adulti le mattonelle sono un pavimento e basta; per un bambino, ogni maiolica ha una sua fisionomia particolare. Ce n'era una che nei rilievi delle imperfezioni e nelle sfumature dell'impasto raccontava la storia di un drago con le fauci spalancate rintanato in fondo a una grotta; un'altra mostrava una processione di pellegrini; un'altra sembrava un viso dietro un vetro macchiato di fango, un'altra ancora... La cucina era un mondo immenso in cui affioravano altri mondi, in cui mondi provenienti da chissà dove salivano in superficie attraverso gli occhi ciechi delle piastrelle. Poi, a un certo punto, ho chiamato. Non so perché. Forse per sentirmi esistere, per veder arrivare qualcuno. Ho chiamato. Ma c'è stato solo silenzio. (Freud ha l'aria sempre più rapita dal racconto) Le mattonelle erano diventate piatte. E silenziose. I fornelli si erano addormentati. Il camino, dove di solito borbottava un pentolone, sembrava morto. Freud, lo sguardo perso nel ricordo, muove le labbra contemporaneamente allo sconosciuto.

LO SCONOSCIUTO: Gridavo. E la mia voce saliva al primo, al secondo piano, rimbombava tra i muri vuoti dove nessun orecchio la sentiva.

FREUD (continuando, come se conoscess e il testo) : E la mia voce saliva, saliva... e l'eco che tornava indietro serviva solo a farmi percepire ancora di più il silenzio.

LO SCONOSCIUTO (andando avanti senza interrompersi) : La cucina era diventata un luogo estraneo, una fredda disposizione di mobili e oggetti, un pavimento pulito.

FREUD: Io e il mondo eravamo ormai separati. Allora ho pensato...

FREUD E LO SCONOSCIUTO (parlando all'unisono) : «Sono Sigmund Freud, ho cinque anni, esisto. Sarà bene che mi ricordi di questo momento». Passa qualche secondo. Freud si gira lentamente verso lo sconosciuto.

LO SCONOSCIUTO (continuando sull o stesso tono trasognato) : Hai anche pensato, ma senza formulare il pensiero: «E la casa è vuota mentre io grido e piango. Nessuno mi sente. E il mondo è questa grande casa vuota dove uno chiama e nessuno risponde». (Pausa) Sono venuto a dirti che non è vero. C'è sempre qualcuno che ti sente. E che viene. Sbigottito, Freud guarda lo sconosciuto. Poi gli si avvicina, lo tocca. Constatando che è reale, fa un passo indietro.

FREUD: È impossibile. Qualcuno l'ha informata. È andato alla Gestapo e ha letto le mie carte.

LO SCONOSCIUTO: Perché, ha già scritto queste cose?

FREUD (Pausa) No. E neanche raccontate. (Pausa) Se le è appena inventate lei! Lo sconosciuto non risponde. Disorientato, ma risoluto a dubitare, Freud ha un'idea.

FREUD: Non si muova. (Prende il pendolino dal tavolo) Si stenda. Sì, là, si sdrai. Lo sconosciuto lo asseconda. Freud gli mette il pendolino davanti agli occhi e comincia a farlo oscillare lentamente.

FREUD: Lei è stanco, si sente molto stanco, si lascia andare...

LO SCONOSCIUTO (divertito): L'ipnosi, dottore? Credevo che l'avesse mollata da un pezzo.

FREUD: Niente funziona meglio del mio vecchio pendolino, quando il soggetto è troppo contratto per accettare lo scambio. (Perseverando nella manovra con tono suadente) Le sue palpebre si fanno pesanti, sempre più pesanti... vuole dormire... cerca di alzare il braccio sinistro ma non ce la fa... è stanco, stanchissimo... deve dormire, dormire... Lo sconosciuto si è addormentato. Durante tutta l'ipnosi una strana musica indefinibile, molto dolce, pervade la scena di irrealtà. Anche il tono dello sconosciuto si fa musicale man mano che risponde alle domande di Freud.

FREUD: Come si chiama?

LO SCONOSCIUTO: È per i propri simili che si possiede un nome. Io sono l'unico della mia specie.

FREUD: Chi sono i suoi genitori?

LO SCONOSCIUTO: Non ce l'ho. FREUD : Sono morti?

LO SCONOSCIUTO: Sono orfano dalla nascita. FREUD: Non ha alcun ricordo di loro? lo sconosciuto: Nessuno.

FREUD: Perché non vuole avere ricordi?

LO SCONOSCIUTO: Vorrei averli. Ma non ne ho.

FREUD: Perché vuole dimenticare?

LO SCONOSCIUTO: Non dimentico mai niente, però non ho ricordi.

FREUD: Quando ha conosciuto Sigmund Freud?

LO SCONOSCIUTO: La prima volta che si è fatto sentire da me ha detto: «Sono Sigmund Freud, ho cinque anni, esisto; e sarà bene che mi ricordi di questo momento». Ho udito quella vocina debole e lacrimosa innalzarsi in mezzo ai clamori del mondo.

FREUD: Ma lei è più giovane di Sigmund Freud. Quanti anni ha?

LO SCONOSCIUTO: Non ho età.

FREUD: Lei non poteva udire Sigmund Freud, non era ancora nato.

LO SCONOSCIUTO: È vero, non sono nato.

FREUD: Dov'era quando ha sentito la sua voce?

LO SCONOSCIUTO: In nessun luogo. Che non è né lontano né vicino, e neanche da un'altra parte. È... inimmaginabile, dato che per immaginare ci vogliono le immagini: dove mi trovo io, invece, non c'è più niente, né pianure, né nuvole, né distese di cielo azzurro, niente... Lei dov'è quando sogna?

FREUD: Lasci a me le domande. E dove sono gli uomini nel posto in cui si trova?

LO SCONOSCIUTO: Dentro di me, ma in nessun luogo, così come i sogni dentro di loro.

FREUD: Dove si trova stasera?

LO SCONOSCIUTO: In Austria, a Vienna, Berggasse 19, nello studio del dottor Freud. Ed è il 22 aprile 1938.

FREUD: Chi è il dottor Freud?

LO SCONOSCIUTO: Un umano che ha tirato fuori una quantità di ipotesi, sia giuste che sbagliate. Un genio, via. FREUD: Perché lui?

LO SCONOSCIUTO: I veggenti hanno le orbite vuote, i profeti un cancro alla gola. È molto malato.

FREUD: Morirà presto?

LO SCONOSCIUTO: Sì.

FREUD: Quando?

LO SCONOSCIUTO: Il 23 sett... (Spalancando gli occhi) Mi dispiace, dottore, non rispondo a questo genere di domande. La musica è cessata di colpo.