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E lo scrittore Schmitt mette sotto scacco Freud

Autore: Lorenzo Fazzini
Testata: Avvenire
Data: 4 settembre 2008

Freud e uno sconosciuto (nientemeno che Dio), l’un di fronte all’altro su un nudo palco metafora del la storia umana. L’Essere divino e il negatore di Dio per antonomasia a dialogare sul l’esistenza e giustizia divina in un mondo attanagliato dal la sofferenza, segnato dal ma le (il 'promettere senza man tenere') e che nel Novecento è stato angosciato dai totali tarismi, storici e filosofici. Ne Il Visitatore (in uscita dal l’editore e/o, pagine 144, eu ro 15,00) Eric-Emmanuel Schmitt, autore del celebre Vangelo secondo Pilato, che interverrà a Mantova questo sabato alle 21.15 in Piazza San Leonardo, continua (o meglio, anticipa) la trattazione di quel groviglio di temi che corrono sul crinale della teodicea (Dio, la sua esistenza, la presenza del male nella storia) e che avrebbero poi trovato ulteriore e­splicitazione nei racconti Oscar e la dama in rosa e Il bambino di Noè. Il Visitatore, infatti, risale al 1993 e precede questi due ultimi titoli editi da Rizzoli, cioè quando questo scrittore di Lione aveva come prima occupazione quella di maître de conférence di filosofia al l’università di Chambery. Il successo di tale testo teatrale, che nel ’94 vinse tre premi Molière (miglior attore, rivelazione teatrale, miglior spettacolo), spinse Schmitt a dedicarsi interamente alla scrittura. La storia. Nella Vienna occu pata dai nazisti nel ’38 Freud, braccato dalla Gestapo, viene visitato da uno sconosciuto. Che inizia a dimostrarsi al corrente della situazione del lo psicanalista ebreo: sa del suo passato, delle sue ricerche, addirittura della sua morte futura. Fino a rivelarsi come quel Dio che «secondo te - dice lo sconosciuto a Freud - l’uomo fabbrica perché ha troppa smania di crederci. Un’invenzione degli uomini». In un crescendo di pathos - Freud è di fronte al bivio: mettersi in salvo la­sciando la Vienna occupata dai nazisti oppure solidarizzare con i suoi correligionari perseguitati - si dipana il duello. Schmitt rappresenta Dio at traverso un contrasto: da una parte, coi tratti razionali che già furono di Emmanuel Lé vinas nel suo Il concetto di Dio dopo Auschwitz quando fa dire a Freud: «Se Dio fosse qui […] gli direi: 'Non esisti! Se sei onnipotente, sei cattivo; e se non sei cattivo, non sei abba stanza onnipotente». Ma dall’altra c’è il Dio che arriva a inginocchiarsi davanti all’uomo - lo sconosciuto, ad un certo punto, così si pone verso Freud - affermando: «Ho per duto l’onnipotenza e l’onniscienza nel momento stesso in cui ho reso gli uomini liberi. […] Per amore». Schmitt pare così prefigurare, filosofi­camente, Cristo stesso: «Caro Freud, non ne vuoi sapere di un Dio che ama, vero? Prefe risci un Dio che tuona, un Dio corrucciato, vendicativo … […] Non ne volete sapere di un Dio che piange … che soffre». Di fronte a questo svelamento rimane la ri trosia anti religiosa di Freud. Lungo il testo si sentono, qui e là, echi e citazioni di quei filosofi che Schmitt ha frequentato da studente alla Sorbona e poi da docente di philo: c’è l’incredulità del padre della psicanalisi di fronte ad un miracolo concreto come l’apparizione di Dio in forma umana, che pare riecheggiare l’ironia de Il miracolo di padre Malachia di Chesterton; c’è l’ateo Freud che fa eco alla celebre battuta di Laplace («Dio? Non ho bisogno di questa ipotesi »); c’è il positivismo di Freud mutuato da Comte («La ragione ha dissipato i fantasmi ... D’ora in poi non ci saranno più santi, solo medici»). C’è anche Kant, in quell’ambientazione - «il soffitto è un magnifico cielo stellato» scrive Schmitt, quasi a rievocare il celebre detto a conclusione della Critica della ragion pra tica. E si può anche scorgere la critica di Ricoeur a Freud, considerato come uno dei tre «maestri del sospetto» insie me a Nietzsche e Marx, allorchè, al termine della vicenda schmittiana, lo psicanalista viennese cerca di uccidere lo sconosciuto-Dio a colpi di rivoltella. Inutilmente. Lo sconosciuto è riuscito a fuggire.