Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Melting Pot Italia

Autore: Simona Maggiorelli
Testata: Left
Data: 11 ottobre 2014

Costretto a fuggire dall’Algeria perché giornalista “scomodo” e arrivato fortunosamente in Italia nel 1995, Amara Lakhous è diventato negli anni uno degli scrittori più sensibili e capaci di raccontare il nuovo volto dell’Italia, sempre più multietnico, multiculturale, reso vivo e vitale dall’arrivo di immigrati da ogni parte del mondo. Come raccontano luoghi simbolo a cominciare da piazza Vittorio a Roma. Lakhous ha saputo ascoltarne le voci e ricrearle in irresistibili romanzi come il bestseller Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (edizioni e/o, 2006). Per poi trasferirsi nel melting pot torinese, nel quartiere di San Salvario, dove sono ambientati Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario (2013) e il suo nuovissimo La zingarata della verginella di via Ormea (edizioni e/o), appena uscito. Due libri che formano un affascinante dittico.
«I due romanzi sono legati, c’è lo stesso luogo torinese e ci sono quasi gli stessi personaggi. Fra una storia e un’altra, faccio passare quattro anni dal 2006 al 2010», racconta lo scrittore italo-algerino che da poco si è trasferito a New York. «L’idea di partenza era di trovare una sorta di guida per esplorare l’Italia che cambia. C’era la necessità di creare un personaggio, ho puntato su un giornalista di “nera”. Quello dell’informazione è un mondo che conosco bene, avendo lavorato come giornalista sia in Algeria che in Italia. Ho messo nel protagonista, Enzo Laganà, le mie esperienze, la mia sensibilità, e soprattutto la mia italianità. Non volevo un personaggio sicuro della sua identità, Enzo ha la mia età, nato a Torino da genitori calabresi e sente il peso dell’identità. Mi interessa molto questa vulnerabilità dell’immigrato. Io mi sento italiano perché scrivo in italiano, amo l’Italia ma non sono e non sarò mai un italianissimo.
Certi crocevia di culture come piazza Vittorio o San Salvario sono carichi di storie, di tensioni, di possibilità d’incontro. Tu li hai fatti diventare dei luoghi letterari e in questo modo universali. Che cosa ha colpito la tua fantasia di scrittore respirando l’aria di quei quartieri?
Oggi raccontare la realtà con profondità è un lavoro sempre complicato. Ci vogliono strumenti adatti. La cronaca nera, sopratutto quella locale, offre degli spunti interessanti per nuove narrazioni.
I nostri quartieri cambiano fisionomia velocemente. Entrano in scena nuovi attori, venuti da tutto il mondo. L’ambientazione è una questione fondamentale per me. Il quartiere è il vero personaggio dei miei romanzi. Per questo, metto il nome del quartiere o la via anche nei titoli. Ho ambientato due romanzi a Roma, il primo proprio a piazza Vittorio, dove ho trascorso i miei primi sei anni di immigrazione e a viale Marconi dove ho vissuto quattro anni. Mi accorsi presto che stavo vivendo nel futuro dell’Italia. L’immigrazione è una chiave narrativa molto efficace perché la letteratura non può funzionare senza conflittualità, scontri e contese. Ho cercato fin dall’inizio di allargare lo sguardo e di ripensare molti concetti come quello di società multiculturale.
Il tuo primo romanzo in italiano Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, ne offre uno straordinario affresco.
Un professore milanese, una portiera napoletana e un barista romano che vivono nello stesso palazzo possono creare da soli senza la partecipazione degli immigrati una società multiculturale. Gli italianissimi sono multiculturali. Da qui ho iniziato ad interessarmi all’immigrazione meridionale. Nel 2011 ho deciso di trasferirmi a Torino, andando ad abitare per due anni a San Salvario, un quartiere pieno di storie, lingue, accenti, memorie, vitalità. È un laboratorio culturale e narrativo straordinario. I lettori possono fare un viaggio nel futuro dell’Italia.
Ne La zingarata della verginella mandi “a gambe all’aria” molti pregiudizi sui Rom, che ipocritamente continuiamo a chiamare nomadi, salvo poi impedirgli di spostarsi da campi che assomigliano sempre più a luoghi di reclusione. Perché ancora oggi, troppo spesso, i Rom sono additati come capro espiatorio?
Ho vissuto l’immigrazione sulla mia pelle prima di avere la cittadinanza italiana. Conosco bene il peso dei pregiudizi. Forse anche per questo gli stereotipi sono una materia comica nei miei romanzi. Non riesco ad analizzare un pregiudizio razionalmente perché non c’è nulla di razionale quando la gente spara cose del tipo: “I Rom rubano i bambini”. Allora per contrastare questo delirio fatto di pregiudizi, paura dell’altro, razzismo, ho adoperato la commedia italiana. Penso che sia molto adatta per raccontare le contraddizioni.Il Rom è il perfetto capro espiatorio soprattutto in assenza della moda del nemico di turno. Mi ricordo quando sono arrivato in Italia nel 1995, la gente temeva gli albanesi, poi è toccata ai musulmani, potenziali terroristi dopo l’11 settembre, poi ancora ai rumeni.Penso che il problema maggiore sia il nostro immaginario, turbato da paure antiche. Ci vuole tanto coraggio e onestà per fare chiarezza. La zingarata della Verginella va in questa direzione. Anche parlando di Sinti-piemontesi, arrivati in Italia nel medioevo: sono italiani a tutti gli effetti, ma molti di loro si vergognano di dichiararlo e temono le reazioni.
Il nomadismo, la libertà sono condizioni essenziali anche per uno scrittore?
Sono convinto che un bravo scrittore debba seguire i propri personaggi, andando alla ricerca di nuove storie. Il nomadismo, l’immigrazione, il movimento sono fondamentali per me. Per questo mi piace parlare di letteratura totale, ispirandomi al calcio totale olandese, fatto di spettacolo, coralità e tanto movimento (pressing). Tutto il contrario del catenaccio, un modulo di non gioco, frutto di paura e di noia.
Con questa travolgente zingarata, vitale, “leggera”, porti il lettore a interrogarsi sulle radici del pregiudizio che si annida anche nel linguaggio, nell’uso irriflesso di luoghi comuni. Nel libro il giornalista Laganà, ad un certo punto, inorridito, legge il titolo: «Due Rom stuprano una vergine italiana». Giocando con l’iperbole e il parossismo metti a nudo un problema reale. La sensibilità del giornalista e il codice deontologico troppe volte soccombono a scelte editoriali sensazionalistiche? Come debellare questa malattia delle cronache?
Il giornalismo di oggi è in seria difficoltà a raccontare la realtà. Ci vuole tempo per osservare e capire. Questo non è possibile con la competizione dei mezzi che offre Internet. Allora il rischio è quello della fretta che porta ad essere superficiali. La letteratura, per fortuna, possiede ancora il tempo necessario per cogliere i dettagli perché la realtà è molto complessa.
Diversamente dal giornalismo la letteratura non ha l’obbligo del politically correct. Anzi. Nel libro a dare il via alle ronde che sfociano in spedizioni squadriste è un ex operaio della Fiat di origine calabrese che fonda il comitato Padroni a casa nostra. La violenza razzista può far impazzire fino a questo punto?
Esiste un serio problema di amnesia in Italia. L’immigrazione meridionale è stata dimenticata in fretta. “Non si affitta ai meridionali!” Così recitava un famoso slogan. Scavare nella memoria per curare le ferite è un lavoro delicato e difficile. Non si può guardare il futuro con serenità senza elaborare il proprio passato.
E quanta parte ha il dogma religioso nel far fallire l’incontro fra persone? Nel romanzo, la difesa della verginità imposta dalla Chiesa diventa motivo di crociate contro i Rom additati come stupratori. Più ancora della violenza che la ragazza dice, all’inizio, di aver subìto.
Studiando antropologia ho capito che le pratiche sono più importanti delle credenze. La religione è una visione del mondo, una sorta di pacchetto di risposte a tutto. Penso che sia importante scegliere valori e principi funzionali alla nostra vita.
Allo stesso tempo, dobbiamo essere attenti ai dogmi, ai fondamentalismi, alle chiusure.
«Gli zingari si stanno civilizzando grazie ai cani», dice un personaggio in questo libro. Nel precedente, con humour nero, raccontavi di animalisti che si lanciano nella difesa di un maialino perché italianissimo, contro immigrati ai quali non viene riconosciuto alcun diritto di cittadinanza. Anche gli animalisti hanno le loro crociate?
Questo è un bell’ esempio di commedia all’italiana. Insomma, fa ridere e piangere allo stesso tempo. La cosa che mi preoccupa spesso non è la mancanza di sensibilità o di intelligenza, ma l’assenza del buon senso. Questa è la base minima per la convivenza civile.