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Eric Emmanuel Schmitt

Autore: Dario Olivero
Testata: La Repubblica – Domenica
Data: 12 ottobre 2008

MANTOVA - E' arrivato sorridendo, si è seduto in poltrona senza mai smettere di guardare negli occhi il suo interlocutore, ha fatto quello che sa fare meglio. Ha raccontato una storia. Ha usato una storia per rispondere alla domanda: a che cosa crede Eric-Emmanuel Schmitt, scrittore di bestseller, drammaturgo, regista, genio e guru spirituale per alcuni, scaltro mestierante per altri, autore che resterà famoso soprattutto per il suo Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano interpretato al cinema da Omar Sharif. Dunque, in cosa crede un uomo che è tutte queste cose? «Un uomo e una donna si incontrano e si innamorano e dicono stasera faremo l' amore. E al mattino dopo faremo l' amore e poi la notte faremo di nuovo l' amore e al mattino dopo ancora e ancora la notte. E poi, un mattino, parleremo. Questo credo. Credo nella parola». Un altro sorriso.

Schmitt dà le spalle alla confusione della hall dell' albergo. Anche se è uno degli autori più famosi del mondo - i suoi romanzi sono tradotti e venduti in quasi cinquanta Paesi per un totale di oltre dieci milioni di copie, le sue opere teatrali sono tra le più rappresentate in Francia - il suo viso non è famoso come lui. Nessuno lo disturba, forse non lo riconoscono o forse è così concentrato su quello che sta facendo che tutto resta, quasi lo sapesse, sullo sfondo. Gli uomini lo sanno per natura che non si interrompe una storia. Ha ripreso a parlare. Solo che stavolta il personaggio è lui e sua la storia che racconta. Inizia con il deserto. «Avevamo marciato per dieci giorni con un gruppo di persone. Era un viaggio organizzato, un trekking. Mi sono perso alle pendici del monte Ararat. Mi sono perso a trecento chilometri dal primo villaggio. Non avevo né da bere né da mangiare. Avevo paura di morire. Mi sono preparato per la notte. Mi sono insabbiato dietro una roccia per ripararmi. Durante la notte invece di aver paura sono stato penetrato da una forza più grande di me. Sono stato toccato dalla fiducia. Io non avevo fede. Ero agnostico. Sono diventato credente. Meglio, agnostico credente: io non so, ma credo». Continua. «Al mattino, pensavo, se ritroverai la strada vivrai come un credente, se non la ritroverai, morirai come un credente. Prima della seconda notte, la guida mi ha visto e mi hanno ritrovato. Ho conservato quell' esperienza, che ha lavorato dentro di me come un processo alchemico. Questa piccola sorgente che avevo nel cuore è diventata un fiume. Mi ha cambiato totalmente». Prima, dice, «ero un filosofo, poco portato per la narrativa. E avevo il cuore completamente separato dall' intelletto. Il deserto mi ha unificato. Ho preso la penna e ho potuto scrivere con l' intelletto e con il cuore». Ed è diventato l' uomo che è, come se qualcosa gli avesse dato «il diritto di parola», ora «mi sento legittimato. D' un tratto avevo qualcosa da dire e un luogo da cui parlare. Le parole per me sono sempre state un mistero incomprensibile e lo sono tuttora. Ma le uso con fiducia. Credo nelle parole». E poi, per sdrammatizzare, per una specie di difficoltà a prendere tutto troppo sul serio o per una vocazione innata alla leggerezza, aggiunge ridendo: «Non ho mai più incontrato Dio. Ma una volta nella vita è abbastanza». Era il 1989.

Dall' anno dopo incomincia il successo teatrale di Schmitt e la sua carriera di scrittore. Un passo indietro. Eric-Emmanuel Schmitt, classe 1960, nato vicino a Lione da genitori franco-irlandesi, cittadino belga. Filosofo innamorato di altre epoche e altri pensieri. «Non moderno», dice. Nel suo cielo ci sono Pascal e Kierkegaard, Mozart e Bach. Scrittore di romanzi, racconti e pièce teatrali (in Italia è pubblicato da e/o) in cui si trovano maestri sufi e orfani che si incamminano per il mondo alla ricerca chi del passato chi del futuro. Freud che parla con Dio. Gesù visto da Pilato. Hitler che anziché diventare il male assoluto viene accettato all' Accademia d' arte e cambia la storia. Le reincarnazioni di Milarepa, demone delle montagne e illuminato. Bambini che muoiono mentre Dio tace. Donne che hanno avuto un solo amore e che vivono solo per ricordarlo. Cambiano i personaggi, cambia il punto di vista, ma i suoi eroi vivono sempre la stessa storia. «Tutti i miei personaggi hanno un prima e un dopo. Prima credono di avere o di sapere qualcosa di definitivo sul mondo, poi accade qualcosa che fa crollare tutto. E devono ricominciare. E devono accettare questa condizione». Come se ognuno di loro fosse destinato a trovarsi di fronte il deserto e ad attraversarlo. Anche se è conosciuto per le sue scorribande attraverso epoche e culture lontane, dalla mistica islamica a quella buddista, Schmitt è un uomo dell' Occidente, è un europeo figlio della più solida tradizione filosofica francese (laureato all' Ecole normale supérieure) e dell' Europa conosce luce e tenebre. «Nonostante il mio ottimismo della volontà e la mia fiducia metafisica, penso che l' Europa oggi attraversi una regressione identitaria. La gente ha paura della globalizzazione. Non di quella economica che nessuno capisce, ma di quella culturale, quella che porta con sé il flusso inarrestabile degli immigrati. La gente prova a difendersi cercando una certezza identitaria che sia ideologica o religiosa. Ed è un errore, una mistificazione. Si nasce per caso in un posto piuttosto che in un altro. Quelle che chiamiamo identità sono storiche, accidentali. è tutta una finzione: il mio nome, il mio cognome, la mia nazionalità, la mia religione. Tutto è una finzione accidentale. Il mio Monsieur Ibrahim è costruito come un personaggio universale, ma ho tenuto a dire che è musulmano e ho cercato di farlo amare. Di fronte al bisogno della contrapposizione agli altri dobbiamo essere più nomadi. Il mio nuovo libro (appena uscito in Francia, ndr) ha come protagonista la figura di un Ulisse di Bagdad».

Per molti Schmitt è soltanto uno scrittore che si affida a formule semplici e questo spiega il suo successo. In realtà è una semplicità raggiunta a fatica. Deve aver lavorato molto per imporsela. Basta sentirlo parlare di filosofia. Anzi, la domanda precisa è: possono le radici europee di cui si parla e che qualcuno vorrebbe fossero giudaico-cristiane essere invece quelle laiche, illuministe? Quelle del pensiero di Montaigne, Bacone, Cartesio, Kant? «Sfortunatamente la filosofia è un' attività marginale. è la facoltà di pensare contro e in un altro modo. Non è mai compiuta, è sempre da costruire. La società è formata da ideologie, mai da filosofie. La filosofia è nata per guarire dalle ideologie. Attraverso il pensiero, il ragionamento, il dialogo. è condannata a essere un contropotere, altrimenti si trasforma in ideologia. Deve essere resistenza, deve essere ambiziosa, ma non deve essere imperialista altrimenti diventa ideologia. è una lotta contro questa tendenza molto umana a voler dire qualche cosa di definitivo. La filosofia è marginale, ma non deve essere elitaria e può essere solo personale, un incontro con l' altro».

Si è mai dato una spiegazione del suo successo? «Ho successo semplicemente perché scrivo. Non faccio marketing e quando parlo con i media parlo solo di quello che scrivo. Il mio successo mi ha riconciliato con la mia epoca. Perché le mie radici non sono nella mia epoca. La mia formazione è sui classici greci, la mia cultura è premoderna, anzi non moderna. I grandi incontri della mia vita avvengono in altre nazioni, in altre epoche. La mia più grande ammirazione letteraria è per Sofocle». E, dopo una pausa: «Non sono importanti le risposte, ma le domande. Credo che il mio successo dipenda dalle domande che pongo. Importante è porsi le domande. Le risposte ci differenziano, le domande no. Nelle domande il dolore, l' amore, la morte, gli uomini sono fratelli».

Ci abbiamo girato intorno, ma visto lo spazio che occupa nella sua opera, alla fine la domanda arriva: e la morte? In uno dei suoi libri più dolorosi, Oscar e la dama in rosa, un bambino muore, facendo rivivere l' eterno dramma che l' uomo non riesce a tollerare. Il dolore di cui parlava Dostoevskij nei Fratelli Karamazov quando urlava che no, di fronte alla morte degli innocenti, nessun Dio può avere una giustificazione. Schmitt cita le ultime parole di Oscar: «Solo Dio ha il diritto di svegliarmi». Solo Dio può rispondere, ma non risponde. E l' uomo, quando prova a rispondere, cade in valutazioni morali che lo portano fuori strada. «La morte non è una punizione, la vita non è una ricompensa, la malattia non è una punizione, la salute non è un premio. Queste sono valutazioni morali, ma la vita e la morte sono fatti. L' illusione di sapere è la cosa peggiore quando si parla della morte. Bisogna avere l' umiltà di non sapere, accettare di non sapere. Sono devastato dal dolore per gli amici che ho perduto. La morte è la cosa peggiore che può capitare. Soprattutto la morte degli altri. La nostra invece non è tragica, è un fatto». Scrittore di successo, ricco, famoso, forse illuminato. Dov' è la falla? «Non sono illuminato. Qualcuno pensa che io sia un guru, ma sono sempre molto chiaro su questo: io non so niente e accetto di non sapere niente. La falla? Ce ne sono tante». Pausa lunghissima. «Non posso impedirmi di fare del male, di essere indifferente. Ogni giorno accumulo il male perché è inevitabile, è radicale. E quindi faccio del male, consapevolmente o no, ai miei fratelli».

E poi, aggiunge, è una falla cercare di convincersi ad accettare i propri limiti, come fa la protagonista di uno dei suoi racconti divenuto un altro film, Odette Toulemonde, commessa, vedova, madre senza soldi ma innamorata della letteratura. «Lei è più felice di me, accetta la sua condizione e alla fine trova la felicità. Ma io non posso accettare di limitarmi come artista. L' uomo vorrebbe, l' artista non può e questo mi crea frustrazione». E la solitudine? E tutti i sentieri interrotti che lei percorre attraverso i suoi personaggi? Quegli orfani alla ricerca di un rifugio? Stavolta la pausa è più lunga. La solitude, la solitudine, ripete più volte. E, prima di sorridere e congedarsi: «Siamo tutti fratelli nel nascere e nel morire. Al di là di questo siamo fatti per amare e per parlare». E credere che le parole possano qualcosa.