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Di bambini, compagni sovietici e cani umanizzati

Autore: Piero Ferrante
Testata: Stato Quotidiano
Data: 17 novembre 2014

Chi è Julek Gruda? Julek, si direbbe, è un bambino. E poi è un ragazzo. Ebreo. Uno strano essere di bambino, per la verità. Julek infatti ha, di base, non due, bensì tre genitori: una madre, Lena; un padre, Emil; e una grande mente, il Partito comunista della Polonia. Funziona così: a rendere gravida Lena, la compagna Lena per la precisione, è Emil. Va da sé che, fin qui, si tratti di biologia. Ma, per la verità, a decretarne ufficialmente e irrevocabilmente la nascita è l’Ufficio politico del Partito, riunito in sessione plenaria per l’occasione e rigorosamente spaccato in due tra chi considera la nascita di Julek un regalo alla controrivoluzione e chi, viceversa, ne vede le potenzialità future per il trionfo del sol dell’avvenir. Di nascere, Julek nasce. Di vivere, poi, meglio ancora. A dieci mesi viene affidato a una coppia di zii, che crederà i suoi genitori. Di lì a breve, finisce in Francia, destinazione l’orfanotrofio Avvenire Sociale, gestito dal sindacato comunista transalpino e dove i giovani vengono tirati su tra etica, fantasia e disciplina. Durante la Seconda guerra mondiale, in fuga dai nazisti, cambia genitori, storia, nomi, sarà ricercato e poi dimenticato. Studia, s’innamora, lavora, parla con gli animali. Impara a ricamare situazioni sulla sua vita, fino al punto che la sua vita stessa diventa una leggenda che necessita sempre di un particolare in più, dell’invenzione d’un parente lontano, magari di qualche fratello smarrito nelle pieghe di chissà quale tragedia o perso nella povertà della guerra. Julek vaga a zonzo per i vialoni della Storia, percorre le strade della guerra, della rinascita, dei grandi sogni di giustizia, ora errabondo tra i vicoli di Varsavia, ora sperduto negli arrondissement di Parigi. Un Tom Sawyer bolscevico e problematico, se vogliamo.

“Il bambino che parlava la lingua dei cani” è il racconto di queste peripezie, oltre che di un’epoca intera. Ma soprattutto un diario emotivo, familiare, buffo ed appassionante che è anche un’eredità, un lascito, una dedica, un ricordo. A firmare il libro, edito in Italia dalla E/O, è infatti Joanna Gruda, figlia di Julek. Joanna riprende tutte le mille sfaccettature dell’infanzia di suo padre con la stessa sfrontata naturalezza con cui un monello intinge le mani nelle tempere prima di inzaccherare il muro bianco di casa. Dona gioia alle situazioni di caos, intiepidisce i razzismi fino a schernirli, dipinge a cromìe vive le macerie morali, urbane e civili che la guerra si è lasciata dietro in tutta Europa. Ne “Il bambino che parlava la lingua dei cani” suona un inno alla vita, canta all’infanzia prematuramente svanita, osanna quei cuori che non smettono di battere – o per anatomia o per ideali – neppure quando la notte è più notte e nel mondo ci sono più nemici che amici e il sibilo della morte produce sorde esplosioni tutto intorno. Un libro resistente, soprattutto alla banale stupidità del male. Resistente e volontariamente ingenuo, di quella ingenuità bonaria e libera da secondi fini, quell’ingenuità sorridente e un po’ fanciulla che ci porta ancora a sorprenderci del canto di un usignolo o della vista di una lepre nel cespuglio. Quell’ingenuità che fa bene all’anima e che forse salverà il mondo ancora una volta.

http://www.statoquotidiano.it/15/11/2014/macondo-citta-dei-libri-17/269543/