Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

L’ITALIA CHE NEGA SE STESSA. INTERVISTA AD AMARA LAKHOUS

Autore: Gabriele Santoro
Testata: Minima et Moralia
Data: 28 novembre 2014

«Guarda che cosa ti mostro». Il collegamento Skype è iniziato da qualche minuto, quando Amara Lakhous comincia ad aprire la corrispondenza. Il postino gli ha appena consegnato il codice fiscale statunitense. «Vedi, l’immigrazione è una questione di documenti, di numeri che identificano. Ma comporta soprattutto un cambiamento mentale profondo. E sono nel pieno di un processo generativo», dice. Lo scrittore italianissimo d’Algeri si è trasferito a New York tre mesi fa, e sta portando la propria letteratura nei principali atenei, dalla Columbia alla Stony Brook.

Chi lo conosce non si sorprende. Lakhous è uscito dal ventre della madre prima con i piedi: aveva urgenza di venire al mondo e di camminarlo. I suoi romanzi coprono la distanza minima, quel lembo di acqua salata che separa la vecchia Europa dall’Africa. La qualità della scrittura libera dalle catene identitarie, che ci portano alla rovina. Da qualche settimana è in libreria La zingarata della verginella di Via Ormea (E/O, 155 pagine, 16 euro), che mantiene il consueto registro lakhousiano tra commedia e giallo. Come nel precedente romanzo l’azione è ambientata a Torino. Il cronista di nera Enzo Laganà è alle prese con un fattaccio: un’adolescente nel quartiere multietnico di San Salvario sostiene di essere stata violentata da due rom.

La denuncia scatena la rappresaglia di un comitato di quartiere, che assale il vicino campo rom al parco del Valentino. È tutto davvero come appare? Laganà, discostandosi dalla linea editoriale, interroga l’ipocrisia che sovente affligge il Belpaese. Il coraggio di Patrizia (o Drabarimos?), l’altro personaggio centrale, rievoca quello di Amedeo, che abbiamo ammirato in Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. La loro essenza dà voce a un’Italia possibile.

Lakhous, davanti agli studenti della Cornell University ha pronunciato una frase molto significativa: «Ogni emigrazione è una nascita, ogni nascita è un’emigrazione». Allora questa è la sua terza vita. Perché ha deciso di rinascere negli Stati Uniti?

Vivo di sfide, e considero questa americana come la più complessa che abbia mai affrontato. È un paese particolare. New York una città particolarissima, propriamente cosmopolita, che mi ha già conquistato. L’immigrazione per me è una risorsa letteraria. Il trasferimento non è una scelta esotica, programmata a tavolino, per individuare magari il luogo ideale per il prossimo romanzo. Per fortuna non funziona così. Le prime settimane newyorchesi sono volate via con un intenso e stimolante ciclo di lezioni universitarie.

L’immigrazione e la contaminazione linguistica resteranno il cuore del suo progetto letterario?

Sul dialogo fra lingue ho costruito la mia narrativa. La scrittura, e forse la mia stessa esistenza, sono il risultato del plurilinguismo. Ogni lingua è una patria priva di confini artificiali e permessi di soggiorno da rinnovare. Mi affascinano i mestieri del traduttore e del mediatore. Definirei la traduzione il viaggio da una riva all’altra, durante il quale ti arricchisci di idee, immagini e metafore. Probabilmente se non fossi nato berbero ad Algeri, ma in Cabilia, racconterei un’altra storia. Benedico l’emigrazione, perché simboleggia l’alternativa al mare chiuso. Ti spinge a riflettere sulla tua identità. La mia è un mosaico di tessere assemblate in contesti diversi. Direi che si tratta di una fusione a caldo fondata sul dono e sulla reciprocità.

Possiamo aspettarci un romanzo in inglese?

Lavoro a un testo sull’Algeria. Riprendo dunque l’arabo, ma certamente continuerò a scrivere in italiano. A breve verrà pubblicato in berbero Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. Sarebbe meraviglioso riuscire ad aggiungere l’inglese: è il mio sogno americano. Diverrei un musulmano inappuntabile: quattro lingue come se fossi sposato con altrettante mogli.

La lettura de La zingarata della verginella di via Ormea dà la sensazione della chiusura del ciclo inaugurato da Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio.

Non so se abbia esaurito o meno lo spazio creativo per ulteriori approfondimenti sul tema. Fui sollecitato da una piccola intuizione o meglio da una domanda: come può l’Italia disconoscere, così dissipando, la propria straordinaria esperienza migratoria? Ho studiato per esempio la presenza italiana in Romania, ancora meno nota di quella negli Stati Uniti. A fine Ottocento si spostarono in massa dal Veneto e dal Friuli le fasce più povere di lavoratori. Provocarono tensioni, perché erano accusati di accettare impieghi per poche lire rispetto alla paga abituale. Li soprannominarono i cinesi d’Europa. Ma anche quella interna scivola nell’oblio: chi ricorda le migrazioni dei minatori veneti e abruzzesi a Carbonia? E potrei proseguire. Perché da ciò non si trae consapevolezza, elaborando politiche di buon senso almeno sull’accoglienza?

Il suo primo incontro con i rom è stato reale o immaginato?

Da bambino vissi in una casa popolare, edificata vicino a un grande ospedale. Mia madre andava lì a piedi, partoriva e rientrava. Ultimo di nove figli, ho goduto di una libertà pazzesca. Per esercitare una forma di controllo i familiari ci inculcarono una leggenda paesana, bisbigliata dall’ospedale e destinata a imprimersi nel mio immaginario infantile. Una madre, in attesa di essere visitata, affidò il figlio a un’anziana, poiché aveva necessità del bagno. Una volta tornata non li ritrovò. Dissero che era una zingarata. Mediante l’immaginazione ho vissuto e rivissuto quella storia. Ho covato la paura per il rom, come succede a tanti. Nel destino comune del Mediterraneo, oltre alle speranze, ci legano le paure.

Lei si sottrae all’asfittica divisione tra buoni e cattivi. Piuttosto raffigura una condizione che descrive qualcosa di noi.

Ho deciso di affrontare l’argomento, perché credo sia uno dei razzismi più antichi e radicati. I rom: il sempiterno e perfetto capro espiatorio del diffuso malessere sociale. Si parla ancora di nomadi, quando a Torino ho incontrato sinti piemontesissimi stanziali dal medioevo. Al fondo di un pregiudizio plurisecolare permane un irrisolto sradicamento economico-culturale. La vita marginale nei campi, abusivi e non, incentiva la devianza. Lo sforzo per abbattere questo muro deve essere compiuto anche dalle nuove generazioni rom, a partire dall’integrazione scolastica. Ci indigniamo giustamente per l’odioso furto del portafogli, mentre reprimiamo la rabbia verso le banche, che indisturbate speculano o bruciano i risparmi delle persone oneste. Restituiamo la giusta misura alle cose. Ai criminali, siano essi rom o meno, dovrebbe pensare la legge, possibilmente senza prescrizioni, sanatorie e condoni.

Il giornalista Laganà è il personaggio filo conduttore della narrazione. Un Monteiro Rossi alla ricerca della riscossa del Pereira tabucchiano. Rappresenta l’eccezione che delinea una distorsione funzionale operata dai media?

In Algeria ho visto cadere assassinati amici e colleghi giornalisti. Anch’io ricevetti minacce e ho rischiato quella fine. Non dimentico le parole con le quali Said Mekbel, importante cronista algerino, descrisse il mestiere. Lo uccisero il 3 dicembre 1994. Proprio quel giorno su Le Matin aveva firmato questo articolo:

“Questo ladro che la notte rasenta i muri per rientrare a casa. Questo padre che raccomanda ai propri figli di non dire agli altri il mestiere che svolge. Questo cattivo cittadino che si attarda al palazzo di giustizia, aspettando di essere inquisito dai giudici. Questo individuo catturato in una retata nel quartiere e che il calcio di un fucile spinge in fondo al camion. Colui che la mattina esce di casa senza essere sicuro di farvi ritorno. Colui che la sera lascia la redazione senza essere sicuro di giungere a casa. Questo vagabondo che non sa più quale casa sia la più sicura. Questo testimone che spesso deve ingoiare ciò che sa. Questo cittadino nudo e disarmato. Quest’uomo che ha fatto il voto per non morire trucidato. Colui che con le proprie mani non sa fare altro che i propri piccoli scritti. Colui che spera contro tutto, perché possano sbocciare belle rose su un mucchio di letame. Lui è tutto questo ed è solamente un giornalista”.

Laganà con un tocco di rabbia e ironia tenta di disarticolare la gerarchia, che dispone il ciclo produttivo dell’informazione. Lo sguardo che propongo è evidentemente disilluso. Per avere una stampa matura, e di qualità, ritengo indispensabile essere cittadini esigenti. La vicenda è ancorata a un fatto avvenuto. Nel dicembre del 2011 un quotidiano nazionale titolò: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». La sedicenne poi confessò di aver inventato lo stupro. Nel frattempo giustizieri improvvisati avevano appiccato il fuoco nel campo rom torinese della Continassa. E mi colpì la rettifica giornalistica, Il titolo sbagliato:

“ (…) Ieri, nel titolo dell’articolo che raccontava lo «stupro» delle Vallette abbiamo scritto: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». Un titolo che non lasciava spazio ad altre possibilità, né sui fatti né soprattutto sulla provenienza etnica degli «stupratori». Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due «finlandesi». Ma sui «rom» siamo scivolati in un titolo razzista. Senza volerlo, certo, ma pur sempre razzista. Un titolo di cui oggi, a verità emersa, vogliamo chiedere scusa. Ai nostri lettori e soprattutto a noi stessi”.

Esiste l’Italia? E se sì, quale idea ne coltiviamo? Queste due domande ricorrono nelle sue opere. Si sofferma, come sottolineava in precedenza, sulla storia negata dell’emigrazione italiana.

L’immigrazione è una sfida bellissima, ma bisogna essere attrezzati per giocarla. L’Italia non lo è. Nei due anni trascorsi a Torino ho compreso quanto la questione meridionale sia ancora una ferita fresca. È necessario fare pace con la memoria e con la ricchezza incredibile delle diversità che contraddistinguono il Paese. Non credo sia una provocazione ammettere che gli italiani debbano ancora integrarsi fra di loro. Il fenomeno della balcanizzazione è un contagio pericoloso».

L’Italia è accogliente verso lo straniero?

Se l’emergenza costituisce l’unico principio proattivo, non dobbiamo stupirci che l’istituto dell’accoglienza qui assomigli alla gestione di una discarica di umanità sofferente. E in quartieri già privati di servizi e risorse culturali nessuno vuole le discariche vicino casa. Tutto grava sulle spalle degli operatori, spesso generosi. La strumentalizzazione politica è figlia di un deficit culturale storicizzato, che si traduce anzitutto nell’incapacità di comprendere e governare la complessità.

In Divorzio all’islamica a viale Marconi la sua penna ironica ci appassionò con le traversie dell’esule Garibaldi, imbarcatosi a Marsiglia sotto il falso nome di Joseph Pane e riparato a Tunisi per sfuggire alla condanna a morte per insurrezione emessa dal tribunale di Genova. Il povero è colui che la società ritiene insignificante, colui che non ha il diritto di avere diritti. Chi è invece il rifugiato?

È un essere umano, che attraversa una fase piuttosto delicata della propria vita. La paura è il sentimento che accompagna la fuga dalla persecuzione o dalla guerra. A metà degli anni Novanta ottenni lo status di rifugiato politico: conosco bene tale condizione d’animo. La vicenda di Garibaldi ci rammenta che la ruota gira. Domani potrebbe toccare a noi dover scappare, desiderando un approdo sicuro. La Siria, per anni terra di tregua per i profughi palestinesi, insegna.

Il modello del multiculturalismo, entrato nell’immaginario collettivo dagli anni Sessanta in Nord-America, scricchiola? Insomma il “Tutti differenti, tutti uguali” non è più una risposta soddisfacente sul piano etico e politico al fine della convivenza civile?

Dall’approccio multiculturalista non si fa retromarcia. È però vero che si frappongono molteplici ostacoli alla concretizzazione di un idealtipo. Farei una premessa, citando Norberto Bobbio a proposito di eguaglianza e libertà:

“(…) Nelle società storiche gli individui non sono mai tutti liberi né eguali fra loro. La società di liberi ed eguali è uno stato ideale o ipotetico, soltanto immaginato. La democrazia è, non tanto una società di liberi e di eguali, perché come ho detto questa è solo un ideale limite ma è una società regolata in modo che gli individui che la compongono sono più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di convivenza. In una situazione originaria, in cui tutti ignorano quale sarà la propria posizione nella società futura, l’unico ideale che può loro sorridere è quello di essere il più possibile liberi rispetto a chi detiene il potere e il più possibile eguali fra di loro”.

Presupponendo dunque due valori non negoziabili, quali la libertà e il rispetto della dignità umana, possiamo poi cercare un terreno fertile condiviso, andando oltre la semplice presa d’atto delle differenze. Solo dalla relazione interculturale, basata sul riconoscimento, sullo scambio e sul dono si evitano la relativizzazione e la dinamica dello scontro.

Le hanno già domandato qualcosa a proposito di Isis e Islam?

Stavolta cedo il turno, già nel post 11 settembre lo sforzo è stato enorme. Si propaga una fuorviante, plastica, generalizzazione. Sono stanco, non difenderò l’Islam dalla palesemente infondata appropriazione simbolica attuata dall’Isis. Ciò che mi appare più urgente è il ripensamento della laicità statuale. Uno Stato laico capace di valorizzare ciò che vi è di umano fra le diverse identità culturali. L’adesione di miliziani occidentali al totalitarismo di stampo fascista dell’Isis chiama in causa tutti. Entriamo nella sfera della politica, in un teatro dove il quadro, utile a molti, è assai opaco. Per dirla con le parole del generale prussiano Carl von Clausewitz siamo impantanati nella guerra che è la continuazione della politica con altri mezzi. L’eredità dei grandi imperi collassati non ha stabilito un nuovo ordine, bensì atomizzato i conflitti.

L’inchiesta sociale, condotta anche mediante splendide fotografie, di Pierre Bourdieu nell’Algeria della transizione anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è un’eredità preziosa. La periferia dell’impero sembra convergere sempre più verso un centro politicamente disarmato. Il colonialismo europeo è tuttora paradigmatico del nostro rapporto con l’altro?

Mio padre avvertì tutto il peso della colonizzazione, sollevato durante la lotta di liberazione dall’illusione di un futuro migliore. Il regime coloniale ridusse gli algerini a corpi senza diritti. Il prezzo stabilito dalla Francia dei diritti universalistici per la piena cittadinanza fu il ripudio dell’identità culturale musulmana. I coloni s’impossessarono dei terreni più fertili, terremotando gli equilibri della la società rurale. La teoria e la pratica capitalistica europea, imposte con brutalità, frantumarono il sistema dei valori arabi producendo l’alienazione del mondo contadino, trasformato in sottoproletariato e ammassato nelle crescenti bidonville urbane. La generazione di mio padre ha convissuto con il miraggio dell’indipendenza, portatrice di un plausibile cambiamento nei tradizionali rapporti di forza interni ed esterni. Occorreva affrancarsi dall’ingiustizia di cui il colonialismo è stato la massima espressione. Il francese se n’è apparentemente andato, ma l’oppressione è rimasta. L’emigrazione era percepita come un esilio momentaneo, al quale si era costretti.Oggi invece partire è il sogno più grande: la prospettiva dei giovani che abitano l’immaginario della globalizzazione.

 

http://www.minimaetmoralia.it/wp/intervista-ad-amara-lakhous/