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Christa Wolf raccontare è uccidere

Autore: Elena Stancanelli
Testata: Repubblica
Data: 29 maggio 2015

«CIÒ che mi uccide, partorirlo». Christa Wolf cita Karoline Von Günderrode, poetessa romantica, morta suicida a 26 anni nel 1806. Un verso che per lei è anche un presagio, un blasone, un monito. Lo cita in “Riflessioni sul punto cieco”, il discorso che tenne al Congresso della Società psicoanalitica di Berlino nel 2007 (e adesso ripubblicato dalla casa editrice e/o in una raccolta di saggi intitolata Parla, così ti vediamo). Questo verso l’ha accompagnata fino alla fine dei suoi giorni e dei suoi libri, mi dice Anita Raja, sua traduttrice e amica per tanti anni.
Le ho chiesto di quello che a me sembra il sentimento che emerge con più violenza e precisione dai romanzi di Christa Wolf: la vergogna. Una vergogna politica – in quanto tedesca e quindi in qualche angolo oscuro fatalmente collusa – che condivide con alcuni intellettuali della sua generazione, primo fra tutti Günter Grass. Ma anche una vergogna più complicata da comprendere e che ha a che fare con l’essenza stessa dello scrivere: l’arte crea, ma nello stesso tempo uccide. «Per tutta la vita Christa Wolf», dice Anita Raja, «ha combattuto con il pensiero che raccontare, trasformare in una storia scritta la vita di qualcuno, significa anche ucciderlo. Bloccarlo in una statua di sale, cristallizzarlo». In Trama d’infanzia, il suo romanzo più precisamente autobiografico, descrive un sogno ricorrente: l’uccisione del padre e della madre per mano della sua scrittura: ciò che mi uccide, partorirlo. Wolf era molto metodica e scriveva e riscriveva fino a raggiungere sulla pagina la precisione che cercava. Aveva studiato latino e greco ed era appassionata di etimologia.
«Non c’è niente di casuale nella sua scrittura, cosa che fa di lei un autore difficilissimo da tradurre», spiega Anita Raja. «Della prima pagina di Cassandra esistono, se non sbaglio, 28 versioni diverse». Tutte queste carte sono all’Accademia delle Arti di Berlino. È lì che, alla sua morte, ha deciso fossero conservate, ed è lì che il marito ha scovato Epitaffio per i vivi, che e/o ha pubblicato in questi giorni, in contemporanea coi saggi di cui parlavamo. Storia di una bambina volitiva e talentuosa che nel gennaio del 1945 è costretta ad abbandonare il suo paese, insieme alla sua famiglia, nascosta dentro un camion. E di sua madre, «che era in disaccordo con la vita che era costretta a fare» e proprio quel giorno fa il gesto clamoroso che la cambierà. È un racconto denso e composito, che – secondo un meccanismo precipuo del suo stile letterario – si muove su diversi piani temporali, ma insiste su una giornata, quella della fuga. È stato scritto nel 1971, ma è rimasto inedito, e sembrerebbe una specie di allenamento che confluisce poi in quel Trama d’infanzia che dicevamo.
Nel 1992 Christa Wolf si trasferisce per nove mesi a Los Angeles col marito, grazie a una borsa di studio del Getty Center. Gerhard Wolf è un critico letterario ed è stato redattore capo alla radio di Stato, prima di essere licenziato per questioni politiche. Per cinquant’anni, quanto è durato il loro matrimonio, ha accompagnato il lavoro di lei, rimanendo defilato. Ma, a giudicare dalle testimonianze, cruciale nelle scelte e fondamentale nella costruzione teorica alle spalle della sua narrativa.
«Cadere dalle nuvole, ecco la frase che mi venne in mente quando atterrai a L. A. e i passeggeri del jet tributarono un applauso al pilota che aveva guidato il velivolo sull’Oceano, puntato sul Nuovo Mondo dal mare, girato a lungo in tondo sopra le luci della gigantesca città e infine si era posato a terra dolcemente». Com’è bella questa idea di una scrittrice così concentrata e consapevole che cade dalle nuvole. Sembra quasi un lapsus, una rivelazione di quella capacità di commuovere e cedere che si concede talvolta forse, chissà, grazie alla presa ferrea del marito. È l’incipit di La città degli angeli, l’ultimo romanzo pubblicato con lei in vita. Che mette insieme, come la solito, molti piani narrativi: la caduta del muro, l’emigrazione negli Stati Uniti degli intellettuali tedeschi durante il nazismo, le case di Brecht e Thomas Mann, gli eredi di Schönberg, l’America che vede intorno a sé. Alla caduta del muro, Christa Wolf si era trovata molto esposta. Per aver sostenuto i movimenti civici, anche quelli legati alla chiesa, e per non aver mai rinunciato, in tutti gli anni vissuti nella RDT, a un dialogo col regime. Fu dunque, come si scoprì all’apertura dei fascicoli, sia spiata per trent’anni che anche collaboratrice della Stasi. E, anche se il suo ruolo fu minuscolo, e non ne risultano delazioni, la scrittrice subì per questo un linciaggio pubblico molto violento. Anche perché, inopportunamente, aveva appena scritto e pubblicato un libro, Che cosa resta, nel quale raccontava delle persecuzioni da lei subite per mano del regime. Le fu dunque imputato di volersi accreditare come vittima, prima che la si potesse giudicare carnefice. All’epoca si faceva il suo nome per il Nobel, ma questa vicenda fece a pezzi la sua credibilità. Di questo episodio parla in una raccolta di scritti, Congedo dai fantasmi.
Christa Wolf muore il primo dicembre 2011 e l’anno successivo in Italia esce August, che si riferisce di nuovo all’infanzia tedesca e a quello che accadde dopo la fine della guerra. La scrittrice, all’epoca, si ammalò di tubercolosi. Il crollo fisico come metafora di un crollo morale, di valori. Cade il nazismo e venne la liberazione ma io, scrisse Wolf, non avevo voglia di essere liberata. August si svolge in un sanatorio. Racconta dell’incontro tra questo ragazzino orfano, abbandonato denutrito e pieno di pidocchi e un’altra paziente, poco più grande di lui. Wolf lo scrisse come regalo di compleanno per il marito. Tra le pubblicazioni postume da lui curate, c’è anche un libro che in Italia non è ancora stato tradotto. Sono gli ultimi undici anni, dal 2000 al 2011, di un lavoro cominciato nel 1960. Una specie di diario, composto da un’unica giornata: il 27 settembre. Alcuni sono più narrativi, altri sono semplici liste di cose fatte. In Italia sono stati raccolti in un libro che si intitola Un giorno all’anno, che si ferma però al 2000. «Quegli ultimi undici anni», dice Anita Raja, «non li ho ancora tradotti. Forse lo farò, ma per adesso mi è parso troppo doloroso. Sono diversi, si sente la fatica e la malattia, la debolezza di quell’ultimo tratto di esistenza. Non ci sono riuscita». Ma è una cosa che riguarda me, aggiunge Anita Raja, e in quel momento mi sembra di capire con esattezza che cosa significa davvero essere un traduttore.