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Il Sudafrica di Deon Meyer: Cobra e la nuova indagine dell’ispettore Griessel.

Autore: Cetta De Luca
Testata: Art a part of culture
Data: 13 luglio 2015

Ci sono tutti gli ingredienti di un hard boiled in questo nuovo romanzo di Deon Meyer: il detective di mezza età con la vita “stracciata”, i problemi con l’altro sesso, il crimine cruento, il sangue, l’alcol, il gergo. Ma Cobra (edizioni E/O) è qualcosa di più. C’è chi dice che un poliziesco debba avere ritmi serrati per coinvolgere il lettore. Qui, in principio, il ritmo è blando, circospetto quasi. Ma in fondo le indagini di polizia cominciano sempre così:  un fatto, – il crimine – pochi elementi da valutare, indizi nebulosi, domande senza apparente risposta. Meyer ha il pregio di raccontarci le prime fasi di un’indagine con gli stessi tempi in cui si svolgono: lentamente. Questo potrebbe disorientare il lettore che ha delle aspettative. Da un hard boiled ci si aspetta un vortice emozionale forte, immediato, non il placido svolgersi di situazioni al limite della banale quotidianità. Ma la realtà è questa, in fondo. Meyer ci propone un puzzle, del quale ci fornisce una tessera alla volta partendo da quelle più esterne al disegno, e intanto ci fa conoscere i protagonisti, l’ispettore Benny Griessel in primo luogo, e l’ambiente nel quale si muovono, quel Sudafrica post-apartheid che ancora molti di noi non conoscono.

Benny Griessel è un personaggio seriale per Meyer, come nella miglior tradizione di questo genere letterario. Penso a “Heronymus” Harry Bosch, di Connelly o, per restare in terra italiana, all’Alligatore di Massimo Carlotto. Con quest’ultimo trovo delle attinenze singolari. Carlotto ci racconta di una provincia italiana (Padova) in cui il crimine è inaspettato e cruento e dove il sottobosco delinquenziale nasconde una raffinatezza fuori dal comune. Meyer, raccontandoci le strade di Cape Town, i luoghi, i sobborghi, ci fa percepire il Sudafrica come una enorme “provincia”, molto distante dai profili cittadini e di ampio respiro di Connelly, ad esempio. Tutto appare circoscritto, e l’utilizzo del gergo afrikaans, se non addirittura di quello specifico di Cape Flat, ci fa sentire ancora più chiusi all’interno di un circolo privato e privilegiato. Mi è capitato di non dover più ricorrere al glossario per capire le frasi o le parole in lingua originale: ero diventata Griessel, o Cupido, o Mbali e non avrei potuto concepire di interagire con altro linguaggio.

La soluzione narrativa di Meyer è composta da incastri: c’è l’indagine primaria, dal respiro internazionale, con il coinvolgimento dei servizi segreti locali, della CIA, gli intrallazzi governativi, quelli finanziari delle banche mondiali, indagine nella quale Griessel e la sua squadra di Hawks si muove in modo concentrico, partendo da molto lontano per districare, man mano, la matassa degli eventi. C’è poi l’indagine secondaria, quella apparentemente priva di qualsiasi connessione alla principale, la storia di un piccolo borseggiatore “onesto” coinvolto per puro caso. Le due storie a un certo punto cominceranno a sovrapporsi. È in quel momento che la narrazione si fa serrata, tanto da costringere il lettore a una volata in apnea fino all’ultimo rigo. Lì, proprio alla fine, c’è l’ultimo tassello del puzzle, e non è detto che non sia spiazzante.

Meyer non ci risparmia l’analisi psicologica. Griessel è un ex alcolista (ex in quanto in fase di disintossicazione) e un uomo apparentemente solo. Apparentemente perché questo isolamento lui lo cerca, non ritenendosi degno della stima e dell’affetto di colleghi, amici, amante. Interessante scoprire, pagina dopo pagina, l’evoluzione psicologica di questo personaggio, evoluzione che non viene mai descritta in modo prolisso o saccente, ma raccontata attraverso i fatti. C’è poi, sempre presente, la necessità di Meyer di evidenziare, sottolineare o giustificare i problemi del post-apartheid, ma non lo fa con inutile piaggeria. In fondo si tratta di un racconto pulp, e non avrebbe senso fare un’analisi sociologica o politica del contesto in cui si svolgono i fatti. L’autore è più sottile, e per questo più incisivo. Lui ci racconta le crisi di coscienza dei poliziotti “bianchi”, lo sfogo della collega di colore maniaca del dovere, l’imbarazzo del borseggiatore nero davanti al senzatetto bianco. Ne viene fuori un’immagine complessiva di un Sudafrica ancora pieno di problemi e di sensi di colpa rispetto al suo passato, ma con un sano desiderio di riemergerne.